Opinioni

Vai col fango

La questione dello stadio della Roma è politica. Non ha alcuna rilevanza la tecnicalità. Quella è solo una componente del gioco. Quando c’è la politica di mezzo, tecnicalità, verità e realtà sono pedine e non vincoli. Fare politica in Italia significa conoscere questo paese. Quelli che propongono lo stadio della Roma, quelli che lo sostengono come il mio amico D’Amato, conoscono ma non accettano l’Italia. Se lo facessero coltiverebbero il valore principe di questa comunità: la condivisione. Non puoi pensare di vincere da solo. Devi fare in modo che lo accettino pure. Basarsi solo su leggi e danaro non basta. Devi come diceva la canzone di Don Bosco, un prete che la sapeva più lunga degli americani, aggiungere i posti a tavola. Quando vedi che sono anni che le cose vanno a rilento, quando vedi che il vincolo la Soprintendenza lo pone all’ultimo secondo, quando vedi una campagna mirata di un gruppo editoriale rifacentesi a un costruttore edile tenuto fuori, quando vedi che insomma non hai il consenso hai due strade. Fare come D’Amato, come il comitato proponente, come gli americani: dialettizzarsi in chiave polemica.

La Soprintendenza che ha iniziato l’iter di vincolo non lo porterà a termine. La Soprintendenza non conta più niente. La Soprintendenza poteva dirlo prima, lo dice ora, non vale più mamma. Faremo, diremo, ricorreremo. Fare invece come si fa in Italia: capire. Se hai ostacoli non devi superarli, non è un film. Devi convertirli in amici tuoi. Ragiona, allarga il progetto, allaga il progetto in modo da renderlo fluido perché se fluido va in circolo. Se solido resta di coccio. La decisione è politica ribadisce lo stesso D’Amato. Il quale riprende il ministro Madia. La decisione non è tecnica perché a inizio marzo vincolo o non vincolo soprintendenza di serie a o di serie b vecchia o nuova la Conferenza dei Servizi ovvero la voce dello Stato, quello spettatore, diventerà quella dello Stato Padrone. Deciderà Franceschini. Cioè deciderà Gentiloni. Sarà difficile a mio avviso sfuggire sia per l’uno che per l’altro specie per il primo ai richiami della sinistra, quella sinistra antiamericana e preistorica quanto vi pare, quella sinistra coerentemente antipalazzinari, quella sinistra che ora elettoralmente è in cerca di collocazione. Franceschini e Gentiloni sono democristiani e ambientalisti. Sono politici italiani. Dunque non decideranno mai. Dunque lo stadio per il momento non si fa.
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La procedura del vincolo avrà modo di incardinarsi e avremo salvato l’Ippodromo di Tor di Valle, ricordo peraltro caro agli amanti delle corse, di Andreotti e del cinema italiano. In questo contesto che è politico e non tecnico bisogna fare lobbyng. Scegliere da che parte stare. A prescindere da come vada, per lanciare un segnale da sfruttare. Specie ora che è gratis. Che il lavoro lo fanno gli altri e che il fango oltre che vita è diventato santo e di cultura. A Roma c’è Lotito. Bisogna che lo faccia anche lui lo stadio. O bisogna che non se ne faccia nessuno. Usare la leva dello stadio della Roma per entrare definitivamente in società con lui. E quindi in società sulla Federazione gioco calcio. Al momento l’entrismo Juve è Tavecchio si Lotito no. Perché ? Boh. Non si capisce. Lotito fa cose che la Juve non fa quindi qualsiasi proposta di sostituire Lotito del tutto è irricevibile. E’ ora di farsi passare i mal di pancia: o accettando Lotito, o facendo ciò che lui fa. Non si può governare il calcio italiano parlando inglese e con le mani vuote. La storia dello stadio a Roma, la storia d’Italia tutta, l’insegna: comandare è partecipazione.

EDIT del direttore: In realtà D’Amato la pensa molto diversamente da Ricchiuti, ma si sa: la libertà di parola è una bella cosa. Peccato che ce ne sia troppa. (A. D’A.)