Opinioni

Uccidere un figlio non è un raptus ma un’esecuzione

La depressione è una malattia che ti logora lentamente, ti devasta giorno dopo giorno. Ho perso la mia battaglia contro la depressione. Ho perso la fiducia, non ho più voglia di soffrire.” Sono alcune delle tante parole scritte da un uomo prima di uccidere il suo figlioletto di 11 anni e di togliersi successivamente la vita. Sono tratte da un lungo post pubblicato su Facebook di cui colpisce la lucidità e la consapevolezza del gesto che andrà a compiere. Una denuncia social della sua sofferenza correlata a una serie di accuse rivolte alla sua ex per non averlo fondamentalmente salvato, per non aver compreso il suo stato emotivo, aver pensato solo a se stessa e non alla sua malattia. Un lungo post con tante foto sue e del piccolo figlio ritratti insieme in tanti bei momenti della loro vita che farebbero intenerire chiunque. Un figlio che però ora non sorriderà più per mano del padre che ha deciso di interrompere la sua breve vita.

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Fa riflettere la scelta di rendere pubbliche le sue ragioni. Chi scrive un biglietto a mano lascia in genere qualcosa a chi rimane, come se lo volesse maggiormente tutelare, rappresenta un gesto più riservato, più personale. Quando la lettera d’addio viene pubblicata sui social spesso esprime più un’accusa, diventa un canale per esporre le proprie ragioni al mondo e alle persone che a detta sua non lo hanno mai compreso.

Uccidere un figlio è un gesto contro natura, si sta uccidendo la persona a cui si è data la vita, colui che si doveva proteggere. Non è un raptus del momento, è un’esecuzione. Non rimango io, non rimani neanche tu, non mi godo mio figlio, non te lo godi neanche tu perché io e lui partiremo per il nostro ultimo viaggio senza tempo. Sono tante le motivazioni che possono portare ad uccidere un figlio e poi ad ammazzarsi. È sempre l’arrivo di tante sofferenze dalle quali non si trova via d’uscita. Nel momento in cui si prende quella terribile decisione, l’omicidio-suicidio è l’unica soluzione, l’unica strada percorribile, non si è in grado di varare altre ipotesi. Non si deve arrivare al punto di non ritorno, non si deve fare lo stupido errore che il peggio non possa mai accadere, le tragedie non capitano solo gli altri, è come se non volessimo accettare la patologia di chi ci sta vicino e la pericolosità potenziale che spesso diventa reale. Sono di frequente tragedie legate alla depressione, figlie del dolore e della non accettazione, che si coltivano in casa, che si covano giorno dopo giorno e poi prendono forme distorte nella psiche provata e sotto pressione di una persona. Parliamo di persone che non hanno strumenti adattivi per fronteggiare i problemi e trovano nell’omicidio-suicidio una via di fuga dalle sofferenze della vita. Si preferisce fuggire piuttosto che affrontare la dura realtà. La mia non è una accusa, so bene cosa significa star male e so altrettanto bene che non può essere una giustificazione per chi ha commesso un terribile gesto. Nello stesso momento non significa essere vigliacchi, significa essere soli, malati e privi di strumenti. Per questo non si dovrebbero mai sottovalutare i segnali evitando di pensare che la situazione non possa degenerare. Nella maggior parte delle tragedie sento dire da chi è sopravvissuto che non si aspettava che potesse arrivare a tanto. Quando la mente è malata ha un filtro della vita distorto, gestisce le emozioni in modo differente e spesso si è schiacciati e invasi dai pensieri negativi e dal dolore. Si rischia di vivere incastrati nella propria malattia, di non sentirsi compresi e accettati da nessuno, soli contro tutto e tutti. Una sofferenza che se non curata può arrivare anche fino al punto di non ritorno.

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Per questo un figlio non dovrebbe subire e convivere con la patologia di un genitore. Conosco troppi bambini e adolescenti che subiscono le patologie di madri e padri, che devono crescere prima del previsto per assolvere anche un ruolo di aiuto e sostegno. Tanti figli si sentono in colpa quando un genitore sta male. Ma i figli non devono scontare i problemi dei genitori, non devono pagare il prezzo di un conto che non hanno mai chiesto, non devono essere mai messi in mezzo e non devono morire per conto di chi li ha generati. È importante quindi intervenire precocemente e se un genitore non si cura adeguatamente si dovrebbe valutare l’allontanamento temporaneo per evitare che subisca ingiustamente il peso della malattia mentale. Non è una condanna per un genitore, è una partenza per curarsi e riabilitarsi come padre o come madre nella tutela del proprio figlio. È un paese in cui ci sono ancora troppi pregiudizi che ruotano intorno alla malattia mentale. La depressione ancora oggi in tanti casi è sottovalutata nonostante si conoscano bene i segnali e la prognosi. Non si può dare la colpa a una persona che ha un disturbo, il sistema deve essere in grado di sostenere adeguatamente chi ha questo tipo di problematiche per evitare di continuare a leggere che era l’ennesima tragedia annunciata.

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Maura Manca

Ph.D., Psicologo Clinico, Psicoterapeuta, è esperta in Psicodiagnostica clinica e forense. È Presidente dell'Osservatorio Nazionale Adolescenza Onlus