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La tregua commerciale tra Trump e Xi Jinping è amore o solo un calesse?

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È una immagine di sforzo emotivo da studente che ha passato un difficile esame che ormai non sperava più di passare, quella del presidente argentino Mauricio Macri che durante il ricevimento per gli ospiti del G20 al Teatro Colón si è messo a piangere. Dà plasticamente l’idea di un appuntamento che l’Amministrazione Macri aveva presentato addirittura come “l’evento più importante della storia dell’Argentina: l’occasione preparata meticolosamente da un anno e mezzo per rappresentare il ritorno definitivo dell’Argentina nel salotto buono della politica e dell’economia internazionali, dopo le mattane populiste dell’epoca dei Kirchner. Solo che dopo aver esibito a marzo degli eccellenti dati economici la sua Amministrazione era stata colpita da una tempesta sul peso che era stata arginata a colpi di prestiti del Fmi, a sua volta però occasione di una rimobilitazione populista contro una sigla che suscitava cattivi ricordi. Insomma, il G 20 di Buenos Aires sembrava andare incontro a un doppio drammatico flop: per l’inferno di proteste che minacciavano di scatenare le opposizione sindacali e kirchneriste; per il presumibile nulla di fatto cui avrebbe portato lo scontro tra Trump e praticamente ll resto del mondo. Invece sono state un flop le manifestazioni degli anti G20. E l’accordo c’è poi stato anche se su basi minime, e ratificando addirittura sia gravi attacchi a come la globalizzazione ha funzionato; sia un giudizio negativo alle migrazioni, valutate sostanzialmente come un fenomeno che dovrebbe essere bloccato; sia un dissenso sull’Accordo di Parigi tra gli Stati Uniti e gli altri.

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La tregua commerciale tra Trump e Xi Jinping è amore o solo un calesse?

In più, Macri ha incassato: da Trump 813 milioni di dollari di prestito diretto, più altri 7,7 miliardi che gli ha fatto mettere a disposizione dal Fmi, portando l’esborso totale a 57 miliardi. E da Xi Jinping accordi commerciali per investimenti da 3,550 miliardi di dollari. In più, anche se ha mancato l’obiettivo di farsi ammettere all’Ocse, tra i 18 incontri bilaterali che ha organizzato c’è anche quello dell’intesa con cui gli stessi Trump e Xi Jinping hanno annunciato al mondo una tregua nella guerra commerciale, favorendo un rialzo generale delle Borse. Una sorpresa, che però si basava su un dato che già si sapeva che avrebbe giocato un ruolo al G20, anche se si riteneva in modo diverso. Il fatto è che dallo scorso marzo la bilancia commerciale cinese con il mondo è entrata in deficit per 5 miliardi di dollari, anche se con gli Stati Uniti si manteneva in un attivo che era anzi cresciuto del 14,2%, arrivando a 58,2 miliardi di dollari. E un’aspettativa era che questa situazione sarebbe stata usata da Xi per cercare di isolare Trump. “Lo vedete”, avrebbe detto, “noi ci stiamo ormai aprendo al mondo, e voi con noi potete fare affari sostanziosi. È lui che cerca una guerra commerciale destinata a impoverire tutti”. Ma la carta poteva anche essere giocata in un altro modo. Appunto, spiegando a Trump che proprio perché la Cina si sta aprendo piuttosto che allo scontro avrebbe potuto puntare a un’intesa diretta per aumentare l’export. Il problema è però di trovarne i margini. Se il resto del mondo in Cina esporta di più e gli stati Uniti no, è evidente che c’è un problema di competitività, che peraltro i dazi non possono risolvere. D’altra parte, i termini del vago accordo che sono stati resi noti indicano che la Cina si impegna non tanto a favorire l’export Usa in generale, ma in quei settori dove pensa di averne l’interesse. La lista fatta è generica, ma sembra evidente che alla superpopolata Cina interessa soprattutto l’acquisto di commodities di tipo agro-alimentare. Infatti i prodotti agricoli, rispetto a “energia, industria e altro”.


D’altra parte. Trump è il tipo che cambia bruscamente politiche. Dopo essere stato l’uomo del riavvicinamento con Putin al punto che c’è addirittura uno scandalo del Russiagate sui sospetti che i russi possano aver favorito la sua elezione, al G20 è venuto rifiutandosi di fare un bilaterale con Putin, e conducendo invece una escalation sulla situazione in Ucraina. Dopo aver fatto campagna contro il Nafta, adesso al Congresso ha appena chiesto di ratificare il nuovo accordo con Canada e Messico, anche questo passaggio dall’odio con Xi all’improvviso amore starebbe pienamente in questo stile. Ma un conto sono gli umori, un conto è poi la politica di lungo periodo. La gran parte degli esperti dubitano che effettivamente da qui al primo marzo ci sia tra Stati Uniti e Cina il tempo materiale per mettersi d’accordo sulle differenze. Alberto Forchielli, economista e partner fondatore del fondo Mandarin, avverte da tempo che Trump ha l’obiettivo di lungo termine di “disarticolare l’asse cinese della catena globale del valore”, creandone uno alternativo, occidentale. “Il deficit commerciale americano resterà uguale, figuriamoci”, spiega. “Ma sarà meno esposto sulla Cina e più su altri Paesi. Se devo fare un deficit di bilancio, lo faccio con un Paese mio alleato e non con uno che mi vuole fregare”. Insomma, il problema sarebbe strategico. “Le condizioni che gli Usa hanno chiesto alla Cina sono impossibili da accettare per Pechino”. Vedremo, appunto, dal primo marzo.

Foto di copertina via instagram

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