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Come Trump regala la Siria alla Turchia e lascia i curdi al macello

“Basta, che adesso se la vedano tra di loro! È ora di andarcene, e stavolta non torno indietro!”: Donald Trump ha spiegato con la sua solita dialettica domenica sera la decisione di abbandonare la Siria alla Turchia di Erdogan.

Come Trump regala la Siria alla Turchia

Il presidente sta preannunciando loro quello che qualche ora dopo comunicherà agli americani e al mondo intero, prima con un comunicato della portavoce Stephanie Grisham, poi via Twitter: il ritiro delle truppe dal nord della Siria lasciando le forze alleate curde, quelle fondamentali per la lotta al’Isis, abbandonate a sé stesse e in balia della Turchia pronta all’offensiva. Qualcuno prova invano a farlo ragionare, ma col risultato di irrigidire ancora di più il tycoon che non vuole sentire ragioni. E che, nel pieno della bufera per l’indagine che potrebbe portare al suo impeachment, vuole dare un segnale concreto allo zoccolo duro del suo elettorato, mantenendo una delle promesse simbolo della sua campagna elettorale: via gli Usa da “guerre ridicole”, senza fine, e per di più costose. I soldati americani devono essere riportati a casa, che si tratti di Siria, Afghanistan o Iraq. E pazienza se si rischia di creare un terremoto interno, con l’establishment del partito repubblicano in rivolta, e internazionale, con gli alleati infuriati. Trump ha preso la sua decisione praticamente da solo, dopo una lunga telefonata con il presidente turco Recep Tayyip Erdogan che gli aveva comunicato come l’attacco alle forze curde, considerate covo di terroristi da Ankara, potrebbe essere imminente.

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Le forze in campo tra Turchia e Siria (Corriere della Sera, 8 ottobre 2019)

Proprio il Pentagono però, a dimostrazione dello scontro interno all’amministrazione, decide di diffondere a sua volta una nota in cui spiega che gli Usa non sostengono un intervento della Turchia in Siria. E lo stesso tycoon, cercando di correggere il tiro ma alimentando ancor di più la confusione, su Twitter minaccia di “distruggere e annientare” l’economia turca se Ankara farà qualcosa a suo parere “off limits”. Un’affermazione che certo non basta a placare l’ira di molti dei suoi più stretti alleati politici. Uno su tutti il potente senatore Lindsay Graham, che parla di “disastro annunciato” e propone una risoluzione per chiedere al presidente di tornare sui suoi passi, definendo la sua mossa “poco lungimirante e irresponsabile”. Ma nel partito repubblicano, finora arroccato nella difesa del presidente sul fronte dell’impeachment, in queste ore tutti parlano di “un grande errore dalle conseguenze catastrofiche”. Si parla di “un regalo” al regime di Assad, alla Russia e persino all’Iran e all’Isis. Con almeno 10 mila prigionieri jihadisti (molti sono foreign fighters) che potrebbero ritrovare la libertà se i turchi attaccheranno i gruppi curdi finora sostenuti dagli Usa.

Erdogan pronto a invadere la Siria

L’offensiva militare di Ankara punta inizialmente ad allontanare i curdi dalla frontiera, ma resta da capire fin dove potrà spingersi l’avanzata sul terreno. Erdogan vorrebbe portarvi 2 milioni di rifugiati siriani dalla Turchia, ma per farlo – ha spiegato – occorrerà arrivare fino a Raqqa e Deir ez-Zor, ben oltre i 30 km previsti inizialmente dalla ‘safe zone’ concordata con gli Usa. Pesa anche l’incognita sul destino dei miliziani dell’Isis attualmente nelle carceri siriane, che i curdi stimano in 12 mila, e dei loro 70 mila familiari. Il ‘via libera’ del presidente Usa, Donald Trump, alla Turchia “rimescola le carte”, oltre ad inserirsi nella “strana e sanguinosa conclusione della guerra siriana”. Questa la lettura all’Agi di Marta Dassu’, direttore per gli Affari europei di Aspen Institute, mentre il fronte Nord della Siria èdi nuovo in ebollizione. La ‘carta bianca’ ad Ankara da parte della Casa Bianca rappresenta un “cambio radicale di atteggiamento verso la Turchia”, sottolinea la vice-presidente del Centro Studi Americani di Roma, ricordando che soli pochi mesi fa Trump aveva minacciato gravi ritorsioni economiche in caso di intervento diretto contro i curdi in territorio siriano. D’altra parte, pero’, la studiosa di politica internazionale fa notare che l’annuncio odierno “non è una novità assoluta per quel riguarda le propensioni di Trump” a tirarsi fuori dallo scenario siriano.

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Il fronte siriano (La Repubblica, 8 ottobre 2019)

Altra incognita del via libera di Trump è l’evoluzione dei rapporti fra Turchia e Russia, storico alleato del presidente Assad, pilastro dell’operazione antiterrorismo, che ha ridotto al minimo le sue operazioni aeree in Siria per condurre l’addestramento al combattimento e la ricognizione. Marginale invece in questo nuovo scenario il ruolo dell’Europa, che in Siria “ha scommesso da sempre su una sorta di soluzione negoziata contro l’evidenza della situazione sul terreno”. Il momento attuale poi non è dei più propizi ad intervenire in qualche modo sull’annoso conflitto: il passaggio di consegne nelle nuove istituzioni di Bruxelles ancora non c’e’ stato, ricorda ancora Dassù, la Brexit assorbe energie, la Francia sta tentando un avvicinamento alla Russia in chiave più ampia, mentre si cerca di tenere vivo un canale di dialogo con l’Iran.

I rischi per i curdi dalla decisione di Trump

Sembra ormai imminente l’inizio della più volte annunciata offensiva turca nel nord della Siria per creare una ‘zona sicura’ libera dalla presenza delle forze curde. “Possiamo entrare (in Siria, ndr) una notte qualsiasi, senza preavviso”, ha intimato il presidente turco Recep Tayyip Erdogan. La mossa, inattesa almeno nei tempi, degli Stati Uniti di ritirare le truppe dall’area di confine era il segnale che Ankara attendeva per sferrare l’attacco contro quelle milizie che Washington e non solo hanno sostenuto e armato e che sono state le protagoniste della sconfitta militare dell’Isis in Siria. La Turchia, che da mesi prepara l’offensiva e che può contare sull’appoggio di gruppi ribelli siriani come l’Esl, vuole a tutti i costi lanciare un’offensiva, sulla falsariga delle operazioni Scudo dell’Eufrate e Ramoscello d’Ulivo, per una ragione: considera il braccio siriano del Pkk e quindi un’organizzazione terroristica le Unità di protezione del popolo (Ypg), i cui miliziani dominano l’alleanza curdo-araba delle Forze democratiche siriane (Fds). Nonostante la minaccia posta dall’Isis e i numerosi attentati compiuti in territorio turco, Ankara ha sempre condannato il sostegno statunitense alle Ypg.

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Chi comanda in Siria (La Stampa, 8 ottobre 2019)

La Turchia vuole creare una sorta di ‘cuscinetto’ per evitare di trovarsi le Ypg al di là del confine. Un ‘cuscinetto’ profondo oltre 30 chilometri, al cui interno costruire 140 villaggi – ognuno dei quali in grado di ospitare da 5mila a 30mila abitanti – suddivisi in 10 distretti e dotati di scuole, moschee e fabbriche. Tutto da realizzare ex novo. Questa è la ‘zona sicura’ immaginata da Erdogan. Un piano, svelato di recente dalla stampa turca, che costerà 26,4 miliardi di dollari. Qui il Sultano vuole ricollocare almeno due milioni di rifugiati siriani che attualmente vivono in Turchia. Le Fds hanno replicato all’annuncio della Casa Bianca sostenendo che un “attacco turco” rischierebbe di fare della Siria una “zona di conflitto permanente”. In un messaggio all’Occidente, l’alleanza ha messo in guardia dal rischio che possa avere “ripercussioni molto negative sulla guerra all’Isis e distruggere tutto quello che è stato raggiunto per la stabilizzazione della zona negli ultimi tre anni”.

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