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Il triste spettacolo di quelli che inneggiano a Totò Riina su Facebook

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Qualche tempo fa, quando si venne a sapere che Totò Riina era gravemente malato, in molti iniziarono a discutere sul fatto che forse era il caso di revocare il 41bis al Capo dei Capi di Cosa Nostra. La tesi era che ormai Riina era anziano – e per di più in precarie condizioni si salute – e che quindi non avrebbe più potuto far male a nessuno. C’è chi ha chiesto che a Riina venissero dati i domiciliari mentre la maggior parte si sarebbe accontentata di un regime carcerario “più blando”. Il punto che è sfuggito a tutti è che il regime carcerario al quale era sottoposto Riina non aveva a che fare con la sua salute né influiva negativamente sulla possibilità di ricevere cure.

Totò Riina, un esempio per tutti i mafiosi e gli “uomini d’onore”

Prova ne è il fatto che Riina sia morto oggi non in una cella senza luce dove veniva nutrito a pane e acqua e tenuto in catene ma nel reparto detenuti dell’ospedale di Parma dove nei giorni scorsi aveva subito due interventi chirurgici. Ieri quando ormai era chiaro che le sue condizioni erano disperate, il ministro della Giustizia ha concesso ai familiari un incontro straordinario col boss. Non si può quindi dire che a Riina sia stato negato alcun diritto tra quelli previsti alle persone nella sua condizione. Che era duplice: da un lato quella più “umana” di persona anziana, malata e in fin di vita. E quella di detenuto al 41bis: Riina stava scontando 26 condanne all’ergastolo per decine di omicidi e stragi tra le quali quella di viale Lazio, gli attentati del ’92 in cui persero la vita Falcone e Borsellino e quelli del ’93, nel Continente.

Stragi e crimini per i quali Riina non ha mai mostrato alcun segno di pentimento. Riina non si è mai pentito e ha addirittura negato di aver mai sentito parlare di un’organizzazione criminale come Cosa Nostra. Al di là dei suoi crimini la sua vita in carcere ha sempre rappresentato un esempio di come si dovrebbero comportare gli “uomini d’onore”. Quelli che non parlano mai, anche quando lo Stato ti giudica, ti condanna e ti rinchiude in carcere.

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Totò Riina non si pente!

E che Riina non si sia pentito e non abbia parlato è la sua “qualità” più nota e apprezzata in certi ambienti. Ma non sono solo quelli di Cosa Nostra, dei mafiosi e dei criminali, perché la cultura del silenzio e dell’omertà, del non essere infami va ben oltre i confini – giuridici e non – di chi viene accusato di associazione mafiosa.

Quelli che piangono la morte di Zù Totò

Non deve sorprendere quindi che i giudici ritenessero che Riina fosse ancora in grado – se messo nelle condizioni di farlo – di guidare Cosa Nostra. E non sorprende quindi nemmeno che in molti oggi abbiano deciso di rendere omaggio al Boss. Perché se è vero che la maggior parte degli utenti dei social sta “festeggiando” la morte di Riina, in una gara alla battuta più cinica (va molto l’augurio “se la terra ti sarà lieve, aggiungeremo del cemento”) è impossibile non notare i tanti, troppi, messaggi di cordoglio a “Zu Totò”.
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Quasi tutti ricordano la caratteristica principale del Riina mafioso: il suo silenzio “d’oro”, l’essere un vero uomo che ha a insegnato ai posteri come si muore in cella. Senza fare nomi, senza chiedere scusa, senza pentirsi. Riina avrà ammazzato anche tantissima gente innocente “ma stava per cambiare l’Italia”. Anzi, se non l’avessero arrestato “a quest’ora stavamo meglio”.
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C’è chi però, pur rendendo omaggio al Boss si sente in dovere di distinguersi e ci fa sapere che “non condivido l’uccisione di quel bimbo nell’acido”. Il bimbo è Giuseppe Di Matteo, figlio di Santino Di Matteo, ex mafioso e collaboratore di giustizia che fu punito da Riina per “aver parlato”. L’uccisione di Di Matteo, dalla quale alcuni utenti fanno sapere di voler prendere le distanze perché “contro la legge della Mafia”, è stata funzionale al mantenimento del “codice d’onore” e del silenzio al quale Riina ha aderito fino al suo ultimo giorno di vita.
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Magari ci fossero altri grandi uomini come Totò Riina, scrive qualcuno mentre altrove si piange la dipartita del “super boss” che ha fatto la storia.
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C’è qualcosa di profondamente sbagliato nell’idolatrare una figura come quella di Riina. Soprattutto perché chi lo fa sa benissimo – e non lo nega nemmeno – quali sono i crimini di cui si è macchiato Zu Totò.
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Crimini che Riina non ha mai ammesso di aver compiuto. L’Italia è più sicura ora che Riina è morto? No. E non è nemmeno un Paese “meno mafioso”. Ma questo non toglie che Riina sia stato il protagonista di un periodo storico in cui la Mafia uccideva alla luce del sole.
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Paradossalmente i meriti riconosciuti sui social a Riina sono proprio quelli che lo hanno reso inviso ad una parte importante di Cosa Nostra, quella che non voleva che sull’organizzazione si facesse troppo clamore, che temeva che “per colpa delle stragi” i mafiosi non potessero fare affari tranquillamente. Finita la stagione delle stragi la Mafia non è scomparsa e non è stata sconfitta. È stato sconfitto Riina, ma quell’organizzazione di cui lui giurava di non aver mai nemmeno sentito parlare – se non dai giornali – ha continuato a prosperare, in Sicilia e nel resto del Paese.