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Sorpresa! Lo spazzacorrotti è rotto

La legge grillina per eccellenza, lo Spazzacorrotti, non funziona benissimo. Tutta colpa della retroattività della norma che stabilisce che i condannati per reati contro la PA non possano accedere a pene alternative al carcere. Ma da Nord a Sud i giudici stanno scarcerando i condannati

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«Con lo Spazzacorrotti chi sbaglia paga! I furbi hanno le ore contate! Potrete anche patteggiare, ma il DASPO ad aeternum non ve lo toglie nessuno. Marchiati a vita!» Questo e tanto altro è stato scritto per annunciare l’arrivo della legge più grillina tra quelle varate durante la legislatura del Cambiamento: la legge anticorruzione (legge 9 gennaio 2019, n. 3) detta appunto Spazzacorrotti. Che però ad oggi, nei primi due mesi di applicazione, ha già dimostrato di non funzionare a dovere.

Il problema della retroattività dello Spazzacorrotti

Il problema principale è quello della retroattività della norma. Perché se da un lato il governo e il MoVimento 5 Stelle hanno fatto grandi annunci sul fatto che la legge fortemente voluta da Di Maio e Bonafede elimina (o meglio sospende) la prescrizione a seguito della sentenza di primo grado per i reati commessi a partire dal 1 gennaio 2020 oppure sull’introduzione dell’agente sotto copertura (che esisteva già). Poco ha detto invece la propaganda pentastellata sul fatto che lo spazzacorrotti prevede il carcere per tutti i condannati per reati contro la pubblica amministrazione, anche per coloro condannati con sentenza definitiva e che magari avevano patteggiato una pena alternativa.

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Il primo caso in assoluto si è verificato a Genova e la notizia è del 22 gennaio quindi prima dell’entrata in vigore della legge (31 gennaio). A farne le spese un ex consigliere regionale dell’Italia dei valori, già condannato in via definitiva per peculato, che si è visto negare la domanda di messa in prova al Tribunale di Sorveglianza perché l’articolo 4 dello spazza corrotti che modificando art. 4-bis Ordinamento Penitenziario (legge 354/575) estende a tutti i reati contro la PA la preclusione delle misure alternative al carcere. In poche parole il legislatore ha voluto così affermare il principio che il carcere è l’unica misura concepibile per punire chi commette questo genere di reati. Con buona pace ad esempio del principio costituzionale (art. 27) sulle pene che devono tendere alla rieducazione del condannato. E soprattutto in base  a quanto sancisce l’articolo 25 della Costituzione dove si legge che «Nessuno può essere punito se non in forza di una legge che sia entrata in vigore prima del fatto commesso». A questo ovviamente si potrebbe aggiungere anche il problema dei costi: con tanti colletti bianchi pronti a varcare le soglie degli istituti di pena.

Come i giudici stanno fermando lo Spazzacorrotti

Ma il problema è un altro: ci sono persone, imputati per i quali è già stata emessa una sentenza di condanna che improvvisamente scoprono di dover andare in carcere. Anche se la condanna è arrivata prima dell’entrata in vigore della norma. A quanto pare però i giudici sono poco propensi ad applicare un – assai dubbio per la verità – principio di retroattività. Il Corriere della Sera ad esempio ne dava notizia una decina di giorni fa quando il Gip del tribunale di Como Luisa Lo Gallo ha ritenuto “non applicabile” – per la durata temporanea di trenta giorni – la retroattività dello spazzacorrotti in relazione al caso di un avvocato condannato a 4 anni in via definitiva per peculato il 13 febbraio 2019, al quale era stato inizialmente impedito di chiedere l’affidamento in prova ai servizi sociali.

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Che non si tratti di un caso isolato lo conferma il Mattino di oggi che dà la notizia della scarcerazione di un ex funzionario regionale condannato anni fa (per fatti accaduti nel 2005) per il reato di concussione. Il funzionario – racconta il Mattino – «aveva ottenuto  l’indulto e la sospensione della pena in relazione alla restante parte di condanna da scontare». A febbraio però erano scattate le manette e l’uomo era stato condotto in carcere proprio in applicazione dello spazzacorrotti. Anche in questo caso (e sarebbe la seconda volta a Napoli) sono stati i giudici a rimettere in libertà l’uomo «per contrasto con gli articoli tre, venticinque e ventisette della Costituzione». Ma perché si arriva a questi casi eclatanti?

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Lo spiega il sito Giurisprudenza Penale che evidenzia come il legislatore non abbia previsto una norma transitoria lascia al giudice il compito di valutare l’applicazione della norma. Ad esempio nel provvedimento del tribunale di Como il giudice richiama una sentenza della Corte Costituzionale che ricorda l’articolo 7 della CEDU che «impone di non sorprendere la persona con una sanzione non prevedibile al momento del fatto». Ed il caso è particolarmente grave soprattutto per coloro che hanno patteggiato una pena e che ora vedono spalancarsi le porte del carcere. Lo avrebbero fatto se avessero saputo che il patteggiamento nel loro caso non avrebbe previsto misure alternative alla detenzione? Probabilmente no. E vedremo cosa dirà eventualmente la Corte Costituzionale sulla costituzionalità della legge che fa tornare di moda la legalità.

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Può una legge che vuole far tornare di moda la legalità essere incostituzionale?

Si può dire che la norma è stata scritta “male”? Sì, perché senza disposizioni transitorie si arriva al punto che chi è stato condannato prima dell’entrata in vigore della legge potrà accedere a benefici di pena mentre chi è stato condannato il giorno dopo, dopo un lungo iter processuale, invece si vedrà preclusa questa possibilità. Si dirà magari che in fondo poco importa perché sono criminali che vanno puniti. E si potrebbe qui aprire un lungo discorso sulla qualità e la funzione rieducativa della punizione. Ma questo a quanto pare non interessa al ministro della Giustizia Bonafede.

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