Economia

L’ispettore Fassina e il mistero della morte del sogno europeo

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Il testo del documento programmatico con il quale Sinistra Italiana andrà al congresso contiene un capitoletto sull’Europa che vale la pena di analizzare non tanto politicamente, ma, se ci è concesso, dal punto di vista letterario. Esso infatti rassomiglia da vicino ad un thriller, pieno di colpi di scena che lasceranno, ne siamo sicuri, i nostri lettori a bocca aperta. Mettetevi quindi comodi, abbassate leggermente le luci per creare un po’ di atmosfera, e preparatevi a proseguire la lettura. Pronti? Cominciamo.

L’ispettore Fassina e il mistero della morte del sogno europeo

Come ogni buon thriller, anche il programma di Sinistra Italiana inizia con un’atmosfera a prima vista serena, ma che in realtà, come vedremo, nasconde ombre che presto offuscheranno l’apparente tranquillità:

“Il progetto di integrazione europea è nato con obiettivi nobili e ambiziosi: garantire un sviluppo pacifico e cooperativo del nostro continente dopo la tragedia della guerra, che evitasse il riemergere degli egoismi nazionali”.

In secondo piano si staglia l’immagine di Altiero Spinelli colto in un’espressione cupa che anticipa la rivelazione dell’oscuro segreto:

“Tuttavia, anche per effetto dall’egemonia culturale del neoliberismo, si è progressivamente affermato un paradigma diverso: quello della competizione tra Stati e della supremazia dei meccanismi di mercato.”

Ecco l’assassino del sogno europeo, il neoliberismo. La tensione sale. Siamo presi da un dubbio che ci lascia attoniti: ma come ha fatto il neoliberismo ad insinuarsi nell’Unione Europea? E’ presto detto:

“L’integrazione europea, rendendo ancora più rigido ed efficace per ciascun paese il “vincolo esterno”, si è fatta veicolo di politiche di privatizzazione, di deregolazione del mercato del lavoro e di smantellamento dei diritti sociali”.

Il neoliberismo però non è il solo colpevole, perché esso ha un complice, spiega Sinistra Italiana:

“Tutto questo con la piena corresponsabilità della famiglia socialista europea.”

Il lettore più smaliziato avrà sicuramente da ridire: “Ma scusate, la Gran Bretagna con la Thatcher e gli Stati Uniti con Reagan che vincolo esterno hanno subito per attuare politiche neoliberiste?”. Domanda legittima, ma che cade nel vuoto. La retorica del “vincolo esterno” altrimenti detta “ce lo chiede l’Europa” dovrebbe essere presentata per quello che è: retorica, appunto. Usata dai governanti per giustificare le proprie scelte e oggi dagli euroscettici per stigmatizzare la perdita della sovranità monetaria, evitando accuratamente di spiegare che anche i paesi che ne sono dotati hanno applicato politiche neoliberiste, non di rado più radicali di quelle applicate nell’Unione Europea. Tant’è che per i liberisti britannici che hanno sostenuto la Brexit, l’UE è sì un vincolo esterno, ma nel senso che è troppo “socialista”. Insomma fin qui bene ma non benissimo per Fassina e soci. Ma non dobbiamo pretendere troppo, in fondo si tratta di letteratura, mica di politica, giusto?

Il colpevole è l’euro, anzi no

La narrazione di Sinistra Italiana prosegue con ritmo incalzante e, dopo aver conosciuto l’assassino e i suoi complici, si arriva ben presto a scoprire l’arma del delitto:

“La stessa moneta unica, presentata come strumento di stabilità, ha scaricato sulla svalutazione del lavoro la competizione –prima giocata in larga misura sulla svalutazione delle monete nazionali – tra i Paesi membri, a tutto vantaggio dell’interesse dei più forti tra essi.”

Eccola la smoking gun che ha ucciso l’Europa di Spinelli, perché come si sa, “se non puoi svalutare la moneta devi svalutare il lavoro”. Ma è vero? No, è fiction. Perché se andiamo a guardare l’unica grande economia europea fuori dall’euro, ovvero la Gran Bretagna, scopriamo che il salario reale (cioè al netto dell’inflazione) dei lavoratori britannici è crollato, stando ai dati OCSE, del 10% dal 2007 al 2015, la stessa percentuale della Grecia, ovvero il paese più colpito dalla crisi e dalle politiche di austerità. Del resto, come tutti i libri di economia spiegano, la svalutazione della moneta deve corrispondere ad una svalutazione del lavoro. In caso contrario, la competitività di prezzo svanisce in breve tempo, a causa della rincorsa tra salari e prezzi. Ma non dovremmo ancora attardarci in particolari, altrimenti perderemmo il ritmo narrativo. Anche perché stiamo per arrivare al primo grande colpo di scena:

“Nelle condizioni politiche createsi nell’Unione l’euro … ha portato alle politiche di austerity che stanno progressivamente smantellando i diritti sociali e impediscono l’uscita dalla stagnazione; sta minando le basi di quel modello sociale che era per noi europei elemento distintivo e di orgoglio.”

Insomma, l’arma del delitto, l’euro, è lì, davanti a noi, ancora fumante… Ma attenzione, ecco che tutto si ingarbuglia di nuovo:

“Fenomeni peraltro di larga scala e di sistema, che non dipendono solo da un’area monetaria.”

Ma come? Allora non è l’euro l’arma del delitto? Anche altrove, dove l’euro non c’è, si assiste agli stessi fenomeni? Sinistra Italiana non svela il mistero, che rimarrà irrisolto anche alla fine della tortuosa storia che stiamo riassumendo, che però ci riserva subito altre sorprese mozzafiato.

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Illustrazione di Artefatti

Il testo prosegue in crescendo:

“Nell’ambito di questa unione monetaria è difficile immaginare politiche di rivalutazione del lavoro e di piena occupazione”.

Notate il “questa”. E’ un espediente letterario di grande finezza perché lascia intendere che un’altra unione monetaria sarebbe possibile. Però non è detto. Ecco infatti che lo scetticismo vela per un attimo il racconto di Sinistra Italiana:

“Per cambiare rotta, la via maestra dovrebbe essere quella di una riscrittura dei Trattati. Il consenso dei 27 Stati membri su cambiamenti orientati nel verso giusto oggi non c’è. Paradossalmente, i progetti di revisione dell’Unione attualmente sul tavolo vanno semmai in direzione di un’accentuazione dei vincoli esistenti…”

Insomma, nulla da fare. La vittima respira ancora, ma è preclusa la possibilità di salvarle la vita. Anzi, il proiettile sta per fermarle il cuore. Mentre la vediamo lì, riversa sul pavimento, stiamo per abbandonare ogni speranza. Il viso dell’ispettore Fassina, accorso sul luogo del delitto, si adombra. Ma ecco un nuovo colpo di scena:

“Tuttavia la strada di nuovi Trattati non può essere definitivamente abbandonata. Merita una proposta e una battaglia. Difendendo le capacità degli Stati nazionali di operare scelte avanzate e innovative di politica economica”

Oibò. Il coroner è il più sorpreso di tutti. Non è un cadavere quello che vede davanti a sé. C’è ancora una speranza. Possiamo salvarla. Possiamo riformarla. Difendendo gli stati nazionali. Cioè quelli che non vogliono riformarla. Però anche no:

“In questo quadro, considerare l’assetto della moneta unica come un dato irreversibile è un elemento di debolezza. Al punto in cui siamo, opzioni che contemplino il superamento della moneta unica, pur gravide di rischi, non possono essere escluse a priori.”

Il lettore è confuso. Cosa avrà voluto dire l’autore? Che per salvare l’Europa (che però è neoliberista) dobbiamo abbandonare l’euro? Che l’euro si può riformare, ma se non ci riusciamo dobbiamo abbandonarlo? Che l’Europa neoliberista cesserà di esserlo se le togliamo l’euro, anche se il neoliberismo ha agito pure dove l’euro non c’era? Non lo sapremo mai. Quel che sapremo però è che tutto è molto incerto e confuso:

“Siamo consapevoli delle difficoltà e dei rischi che comporta una messa in discussione dell’attuale assetto, specie in una fase di ripresa dei nazionalismi”

Riassumendo, quindi, il neoliberismo ha ucciso il sogno europeo con l’arma dell’euro che svaluta il lavoro, che però si svaluta ugualmente dove l’euro non c’è. Il sogno si potrebbe salvare se solo si potessero riformare i trattati, che non si possono riformare perché ci sono gli stati nazionali che decidono ognuno di testa propria. Però gli stati nazionali sono anche buoni perché possono fare le politiche a favore del popolo, mentre l’Europa no. Ma siccome non si possono riformare i trattati, dobbiamo lasciare l’euro, così salveremo il sogno europeo. Però se lasciassimo l’euro daremmo manforte ai nazionalismi contro i quali era nato il sogno europeo e che oggi vogliono distruggerlo. Grande è la confusione sotto il cielo, ma la situazione è tutt’altro che eccellente. Sinistra Italiana ci lascia alla fine uno spiraglio per il sequel che chiarirà tutto:

“È dunque essenziale un’attenta valutazione delle opzioni e dei rapporti di forza, avendo sempre, quale nostra priorità, la difesa delle classi sociali più deboli.”

Chissà, forse finalmente conosceremo anche qualche dettaglio del famigerato segretissimo piano per uscire dall’euro.

Poche idee ma confuse

Abbiamo voluto celiare sul testo di Sinistra Italiana che, data la sua contraddittorietà, sembra scritto a più mani. Ci pare di poter dire che il canovaccio è farina del sacco di Stefano Fassina. Poi qualcuno meno simpatizzante delle posizioni euroscettiche ha provato a metterci qualche pezza qua e là. Il risultato è che il testo contiene praticamente tutte le opzioni possibili e immaginabili: da riformare l’Europa a uscire dall’euro. Come si fa a proporre una battaglia per cambiare i trattati dopo aver detto poche righe prima che è praticamente impossibile? Che senso avrebbe provarci? Come si concilia l’ipotesi di uscire dall’euro con l’idea di una riforma dell’Europa esistente? E poi di che tipo di uscita si tratterebbe? Come si potrebbe attuare? L’unica cosa che ci viene detta, su questo punto cruciale, è che bisogna “valutare le opzioni e i rapporti di forza”. Ebbene, se lo si facesse seriamente non ci sarebbe molto da discutere: l’unica uscita possibile dall’euro è a destra.
uscire dall'euro
Non si può stare in mezzo al guado così. Nessuno ci capirebbe nulla. Immaginate in campagna elettorale un confronto tra un esponente di SI e Salvini in tv: Sinistra Italiana apparirebbe come il partito del “vorrei ma non posso” o peggio dell’ “aspettiamo e vediamo”. O Sinistra Italiana sposa coerentemente l’opzione di uscita, chiudendo così ogni possibile rapporto con i pezzi antirenziani del Pd e probabilmente finendo fuori dal parlamento come gli euroscettici di sinistra greci usciti da Syriza, oppure elabora una sua visione, coerente, di come va cambiata questa Europa, senza farsi abbindolare dalle sirene noeuro ed euroscettiche alle quali Fassina e D’Attorre hanno prestato sin troppo ascolto negli ultimi due anni. Quelle portano solo ad affondare.