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Silvia Romano: la conversione di Aisha all’Islam e il riscatto

Silvia Romano ha raccontato che si è convertita spontaneamente all’Islam e spiegato che il nome Aisha è quello della figlia di Abu Bakr, primo califfo dell’Islam, considerata la “madre dei credenti” e sposa del profeta Maometto. La decisione è arrivata dopo circa cinque mesi di prigionia, mentre la giovane cooperante milanese veniva portata da una parte all’altra del paese

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Il giorno dopo la notizia della liberazione di Silvia Romano, mentre finalmente Libero e il Giornale dicono che il problema sono i bimbi “dalla pelle scura” che aiutava, i giornali raccontano i retroscena dell’operazione condotta dai servizi segreti italiani in collaborazione con quelli della Turchia e della Somalia che hanno portato al suo ritorno a casa.

Silvia Romano: la conversione di Aisha all’Islam e il riscatto

Il Corriere della Sera in un articolo a firma di Fiorenza Sarzanini scrive che Silvia ha cambiato sei prigioni nell’arco della sua segregazione e racconta la sua conversione all’Islam:

«Leggevo il Corano, pregavo. La mia riflessione è stata lunga e alla fine è diventata una decisione». Soltanto il tempo dirà se e quanto su questa scelta abbia influito la pressione psicologica subita in questi 18 mesi, la sindrome che spesso lega gli ostaggi alla realtà dei rapitori. Il magistrato e i carabinieri la lasciano parlare senza fare domande, se non quelle che riguardano eventuali violenze. E lei nega di nuovo.

I suoi ricordi sono precisi, il suo racconto è zeppo di date e circostanze. E mentre lo fa appare calma, seppur provata. «Venivo spostata ogni tre, quattro mesi, ma a quel punto non avevo più paura». Di riscatto dice di non aver mai sentito parlare «ma avevo capito che volevano soldi». Il gruppo è accusato di aver rapito altri occidentali. «Io non ho mai visto nessun altro», assicura Silvia.

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La situazione geopolitica della regione (Corriere della Sera, 11 maggio 2020)

Silvia ha raccontato ai magistrati che il suo lavoro era seguire i bambini del villaggio di Chakama, nella contea di Kilifi, non lontano dalle spiagge di Malindi. «Tutto — ha raccontato la ragazza agli investigatori per quanto scrive Repubblica — sembrava andare come doveva, non ho percepito in quei giorni nessuna situazione di particolare pericolo o che mi facesse temere per la mia incolumità». In realtà non era così. Qualcuno l’aveva tradita. Spifferando agli jihadisti di Al Shabaab che una ragazza occidentale lavorava sola, senza particolari protezioni, in quel villaggio. È così che alle 19.30 del 20 novembre a Chakama arriva un commando composto da almeno otto persone a prenderla.

Silvia ha raccontato di aver cambiato sei covi. Tutti in centri urbani. «Ci spostavamo in auto o a piedi. Sentivo le voci da fuori ma non ho mai visto nessun altro se non i miei sequestratori: nessun occidentale, nessuna donna». Ogni casa era in qualche modo attrezzata. «Dormivo su materassi o su teli. Non sono mai stata né bendata né legata. Mi portavano da mangiare quello che c’era. Verdure, capretto, avevo chiesto degli spaghetti e una volta sono riusciti anche a portarmeli». Il percorso di conversione all’Islam, ha raccontato Silvia, è cominciato per caso. «Ho chiesto dei libri e mi hanno portato il Corano. Ho cominciato a leggere per curiosità e poi è stato normale: la mia è stata una conversione spontanea».

La ragazza ha già incontrato una psicologa e l’argomento, evidentemente, verrà approfondito nelle prossime settimane: c’è da capire se invece le pressioni ci sono state e Silvia le abbia subite incosciamente. «Alcune cose andranno riapprofondite tra un po’ di tempo» spiegano gli investigatori che però hanno scelto di non andare oltre: la ragazza ha negato di essere stata costretta alla conversione o a sposare un islamico. E ha detto di non essere incinta. «Se la conversione è stata una scelta personale, per noi basta così». La giovane avrebbe anche raccontato alla psicologa di aver cambiato nome in Aisha.

Il riscatto: quattro milioni o un milione e mezzo?

Il Messaggero parla invece del riscatto pagato dal governo italiano per riavere la ragazza. Secondo la ricostruzione della liberazione fatta dal quotidiano romano intorno al 23 aprile arriva quella che viene considerata la prova in vita determinante.

Un’informazione che ha un prezzo parecchio elevato, se è vero che è stato necessario dare “al suggeritore” circa 200 mila dollari in cambio delle indicazioni su dove si trovasse Silvia: in quella regione della Somalia che si chiama Baye che è in mezzo a una foresta. Stava nel villaggio di Buulo Fulaay, e viveva in una casa, non da prigioniera, anche se controllata a vista. […] La trattativa riprende subito energia, ma i terroristi di Al Shabaab sembrano avere un progetto ambizioso: chiedono 10 milioni in cambio di più ostaggi che sarebbero in loro possesso. Sull’autenticità della richiesta, però, non ci sono conferme, tanto che sarà la stessa Silvia a dire al magistrato: «Sono sempre stata tenuta da sola».

A fine aprile i contatti sono ristabiliti: questa volta i carcerieri chiedono un paio di milioni in cambio della liberazione della ragazza. Forse l’accordo viene trovato su un milione e mezzo. Ora di riscatto nessuno vuole sentirne parlare ufficialmente, non ci sono conferme, ma neanche smentite. Si sa che sul campo sono stati fondamentali gli aiuti dei servizi turchi, già compagni di avventura nella cattura di Ocalan, il leader del Pkk. Con la Somalia i rapporti di collaborazione sono molto stretti, perché l’Italia addestra i loro militari.

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E la conversione all’Islam? «Ora mi chiamo Aisha e ho scelto spontaneamente di convertirmi all’Islam», ha detto Silvia allapsicologa che la accoglie in ambasciata, a Mogadiscio.

Non è un nome qualunque, quello che ha adottato dopo cinque mesi di prigionia, è il nome della figlia di Abu Bakr, primo califfo dell’Islam, considerata la “madre dei credenti” e sposa del profeta Maometto. La decisione è arrivata dopo circa cinque mesi di prigionia, mentre la giovane cooperante milanese veniva portata da una parte all’altra del paese, da un gruppo di carcerieri appartenenti ad al Shabaab, fazione legata ad al Qaeda, ormai dominante in molte parti della Somalia. E rivela un processo lungo e complesso di conversione che le ha fatto scegliere anche di tornare in Italia vestendo una tunica islamica.

«Preferisco tenere questa», avrebbe detto a chi le chiedeva se volesse cambiarsi di abito per affrontare il viaggio di ritorno. È scesa dall’aereo con il capo coperto, la mascherina e i guanti anti-coronavirus, con lo jilbab di colore verde acqua, abitualmente indossato dalle donne musulmane per rispettare il precetto coranico della modestia femminile, sotto il quale si intravedeva una veste tipicamente africana. Proprio quel verde, colore dell’Islam, ulteriore simbolo della scelta intrapresa.

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