Economia

Se la Francia prova a mollare l'Austerità

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Con tante scuse ad Arnaud Montebourg. Alla fine di agosto François Hollande aveva cacciato il ministro dell’Economia che aveva detto che la Francia era governata dalla Germania (anzi: dalla destra tedesca) attraverso l’Austerity. Oggi la Francia rifiuta ufficialmente l’Austerity per bocca del successore di Montebourg, Michel Sapin e per «rimettere il Paese sulla strada giusta» non rispetterà gli obiettivi sul deficit fino al 2017. La notizia arriva nel giorno in cui l’Italia, nel suo Documento Economico Finanziario e all’insaputa del suo ministro dell’Economia, sposta il pareggio di bilancio tradendo di fatto gli impegni del Fiscal Compact. Parigi si era impegnata a scendere al di sotto del 3% nel rapporto Deficit-Pil entro quest’anno. Sapin di fatto ha spostato tutto a tre anni. Evidentemente c’è modo e modo, ma alla fine i risultati sono gli stessi. D’altro canto, le similitudini con i francesi non mancano. E chissà se si riferiva a entrambe, Angela Merkel, quando ricordava ai governi di fare i compiti a casa, sadicamente segnalando che il surplus tedesco era il risultato del loro rigore.
 
LA FRANCIA MOLLA L’AUSTERITÀ
Sapin aveva già preannunciato che i target di deficit per il 2015 erano inattuabili e ribadisce che la Francia l’anno prossimo crescerà solo dell’1 e dell’1,9% nel 2017. Inoltre definisce «senza precedenti» lo sforzo del governo di tagliare di 50 miliardi di euro i volumi della spesa pubblica entro il 2017, pur riconoscendo che il totale della spesa pubblica in questo periodo registrerà un rialzo dello 0,2%. Questo significa che il debito pubblico toccherà nel 2016 un picco del 98% del Pil, iniziando una lieve discesa nel 2017. La decisione è stata subito accolta con freddezza dall’Ue: il portavoce Ue agli affari economici, Simon O’Connor, ha ricordato che gli Stati «devono rispettare le raccomandazioni specifiche per il Paese». E apre insperati campi d’azione all’Italia, che però rispetto alla Francia siede su un malloppo di debito pubblico pari al 131,6%, mentre quello francese è al 95%: con una palla al piede del genere Bruxelles avrà molte frecce al suo arco. La Commissione europea si dovrà esprimere sulla manovra francese, come sui programmi degli altri Paesi, a metà ottobre. Per questo Sapin ha parlato di Unione Europea che deve assumersi le sue responsabilità sul punto.

Le previsioni per l'economia del governo francese
Le previsioni per l’economia del governo francese (infografica di Le Figaro)

Ora per Parigi si apre la partita più difficile. Perché quando arriverà la bocciatura della Commissione Europea il governo si troverà di fronte al bivio. Sapin aveva già preannunciato molto di quanto detto oggi in un editoriale pubblicato su Le Monde a Ferragosto, qui discusso dal Wall Street Journal. Ufficialmente all’epoca la Francia non aveva preso alcuna decisione su quello che poteva essere il suo obiettivo di disavanzo per l’anno successivo, ma Sapin aveva parlato di “ritmo adeguato” di crescita, e aveva promesso che non avrebbe aumentato le tasse pur continuando con i tagli. Con una crescita che già allora era stimata in frenata rispetto alle previsioni di inizio anno, si poteva arrivare a prendere soldi soltanto dai parametri di Bruxelles. Sapin aveva anche segnalato che la contrazione della crescita in Germania doveva essere il segnale della necessità di cambiare marcia in Europa: se anche il motore dell’Ue rallenta, è evidente che c’è qualcosa che non va. E aveva parlato anche di Bce, incitando Francoforte, dopo il costo del denaro portato ai minimi, a travalicare i limiti del suo mandato affinché l’euro tornasse a un livello favorevole per la competitività delle economie europee.
Il ministro dell'Economia francese Michel Sapin
Il ministro dell’Economia francese Michel Sapin

Intanto però dovrà anche guardarsi dai problemi in patria. I 21 milioni di euro di misure per frenare la spesa potrebbero avere un trascinamento in negativo immediato sulla crescita economica del prossimo anno, mentre ci vorrà più tempo per le attività di business di giovarsi degli effetti dei tagli fiscali di Hollande. D’altro canto i tagli alla spesa pubblica sono di per sé tagli del prodotto interno lordo. Soprattutto per gli enti locali, che tradizionalmente sono responsabili del 70% degli investimenti pubblici francesi, e i sindaci stimano un taglio del 30% sul totale. Un colpo al cuore. Intanto la Corte dei conti francese ha espresso perplessità sulla capacità del bilancio francese di centrare gli obiettivi che si è prefissato. Anche qui, la strada si fa sempre più stretta.
 
COSA SUCCEDE ALL’ITALIA
E l’Italia? Soltanto ieri il governo ha rivisto le stime di crescita dell’economia: nel 2014 il prodotto interno lordo scenderà dello 0,3% per poi tornare a salire nel 2015 dello 0,6%. Precedentemente il premier Matteo Renzi e il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan avevano messo in cantiere una crescita dello 0,8% per l’anno in corso e dell’1,3% per l’anno successivo. Il rapporto tra deficit e Pil sarà al 3% nel 2014, la soglia limite prevista dagli accordi europei e al 2,9% nel 2015. Il rapporto tra il debito e il Prodotto interno lordo volerà al 131,6% (133,4% nel 2015), anche perché dalle privatizzazioni entreranno meno soldi del previsto. Il pareggio di bilancio è rimandato al 2017. Quanto alla disoccupazione, quest’anno sarà al 12,6%. Per l’anno prossimo, un calo lievissimo: al 12,5%. D’altro canto, che l’Italia e la Francia abbiano problemi simili lo testimoniano questa vignetta e questo tweet.
Vignetta di Aurel su Le Monde
Vignetta di Aurel su Le Monde


Il problema dell’Italia, però, è… l’Italia. Il Wall Street Journal spiega che secondo molti operatori finanziari la BCE potrebbe dare il via al Quantitative Easing in forma massiccia proprio a causa dell’Italia. Gli analisti avvertono che la prospettiva di un fiume di denaro BCE potrà fare ben poco per ripristinare la crescita in Italia e in altri paesi «che sono ancora appesantiti da una fiducia debole, da mercati del lavoro rigidi e dalle incertezze sul quadro fiscale», secondo il Wsj. Forse più opportunamente bisognerebbe far notare che il mercato del lavoro è l’ultimo dei problemi per chi vuole la crescita in un paese che vede una contrazione epocale della domanda interna e degli investimenti. Così concludeva stamattina Federico Fubini l’intervento sul Fiscal Compact su Repubblica

In Italia (e in Francia) c’è un bisogno colossale di innovazione che renda questi sistemi compatibili con l’euro. Ma in tutt’Europa c’è altrettanto bisogno di domanda, cioè di investimenti, e di sostegno della banca centrale guidata da Mario Draghi. Riformare il lavoro in Italia, in Spagna o in Francia è inevitabile, ma non può che mettere ulteriore pressione al ribasso sulla domanda e sui prezzi. Tocca alla Bce e al resto d’Europa compensarla, Germania in testa. Viviamo una fase drammatica in cui, più che la cerimonia del Fiscal Compact di rito ortodosso, serve cooperazione illuminata. Renzi deve fare la sua parte. Angela Merkel anche. Entrambi senza paraocchi, se possono.

La Francia potrebbe costituire un’occasione unica per l’Italia. Di più: i problemi dei due paesi sono così intrecciati che simul stabunt, simul cadent.