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Scuola Marina La Maddalena, il militare accusato di nonnismo trasferito

Una sottocapo di 28 anni è stata sottoposta a pratiche di violenza senza potersi ribellare per la rimozione di un anello che si era incastrato sul suo dito. Ora indaga la procura

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Il capitano della Scuola della Marina Militare La Maddalena che ha cercato di strappare un anello dal dito di una marinaia che lo ha accusato di violenze e nonnismo ieri mattina è stato trasferito. Il fatto risale al 30 ottobre scorso e per tre mesi dopo la denuncia non è successo niente. Ma la settimana scorsa la prima «dichiarazione spontanea» firmata dalla vittima il giorno dopo le violenze è finita nelle mani del magistrato. E così è stata aperta un’inchiesta.

Scuola Marina La Maddalena, il militare accusato di nonnismo trasferito
La sottocapo di 28 anni nata a Bari e attualmente imbarcata sulla Amerigo Vespucci ha raccontato tutto nella dichiarazione firmata: «Hanno usato un seghetto affilato, un paio di tronchesine, nastro isolante e fascette da elettricista per rompere l’anello che mi si era incastrato nel dito. Mi hanno impedito di andare in ospedale e mi hanno sottoposto a una sofferenza allucinante». Poi ieri la storia è diventata pubblica grazie a un articolo di Nicola Pinna pubblicato su La Stampa.

Il capitano di corvetta che ha impedito alla ragazza di andare al Pronto soccorso e che si è improvvisato chirurgo con arnesi da fabbro è stato trasferito ieri mattina. Ha lasciato il comando della «direzione studi» per essere assegnato alla sezione velica. La ministra della Difesa Elisabetta Trenta si è subito schierata con la giovane: «Mi auguro si faccia piena luce su quanto accaduto e che lo si faccia in maniera ferma e rigorosa. Ci troviamo di fronte a un episodio molto grave. Per questo voglio esprimere vicinanza alla ragazza, alla quale tutta la forza armata darà il necessario sostegno».

La storia della marinaia
Il capo di stato maggiore della Marina, l’ammiraglio di squadra Valter Girardelli, ieri ha sentito la ragazza. La storia, che somiglia molto lontanamente alla vicenda raccontata da Giulia Jasmine Schiff sulla quale indagano attualmente i magistrati (ma non ci sono video dell’accaduto) parte da un capitano di corvetta, che ha eseguito l’«operazione» alla quale hanno assistito altri militari, tutti di grado inferiore, che quindi non hanno potuto far nulla per salvare la collega. E a niente è servito il parere dell’ufficiale medico in servizio che aveva ordinato di accompagnare la ragazza in ospedale.

La conclusione del racconto è ancora più impressionante: «La mia mano era insanguinata e un collega ha rovesciato una bottiglia d’acqua gelata per tentare di raffreddare il dito, che era già viola, gonfio, pieno di ferite e bolle da ustione. Ma nonostante questo il capitano ha ripreso il seghetto: sono riuscita a fermarlo e allora ha preso un tagliacarte e l’ha infilato tra l’anello e il dito ferito. Dopo il supplizio l’anello si è rotto e me lo hanno strappato tirando con le pinze su due estremità e provocando altre ferite. Poi mi hanno accompagnato in infermeria e messo dei cerotti per chiudere la ferita».

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