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Podemos ha fregato Sanchez?

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Il leader socialista Pedro Sanchez ha fallito per la seconda volta nel giro di una settimana l’investitura capo del Governo della Spagna. Si tratta di una storica sconfitta per il Partito Socialista Operaio Spagnolo (Psoe), che nelle ultime settimane è stato incapace di unire e fare da collante della galassia delle sinistre. Nella sconfitta alla Camera de los Diputados, la camera bassa del Parlamento spagnolo, Sanchez non ha superato il voto contrario del Partito Popolare, di Ciudadanos e di Vox, e nell’astensione del blocco delle sinistre tra cui Unidos Podemos (UP), loro principale alleato. Unidos Podemos e il Psoe hanno cercato fino a tarda mattinata di trovare un accordo, senza però arrivare ad alcuna sintesi concreta per giungere al primo Governo di coalizione della storia recente.

Podemos ha fregato Sanchez?

In aula Sanchez ha spiegato la proposta originale fatta al Partito guidato da Pablo Iglesias Turrion: la creazione di una vicepresidenza sociale e in aggiunta il ministero della Sanità, delle soluzioni abitative e dell’Economia sociale e quello all’Uguaglianza. «Una proposta che come sapete è stata rifiutata» da Podemos, ha spiegato Sanchez. Nel prosieguo del suo discorso il premier ad interim ha spiegato di aver ritenuto troppo rischiosa la mossa di concedere compiti in ambito economico a UP, vista la sua inesperienza. Sanchez ha contato sull’appoggio del suo partito e dell’unico alleato il partito Regionalista di Cantabria, e ha ottenuto 124 voti a favore, 155 contro e 67 astensione. Oltre al blocco delle destre formato dal Partito Popolare (PP), Ciudadanos (C’s) e Vox, ha votato contro il centrodestra catalano di JxCat . Oltre all’appoggio incondizionato di Podemos, l’astensione delle destre rappresentava l’unica arma a disposizione di Sanchez per impedire il fallimento della seconda investitura, visto che per essere valida bastava che ricevesse più voti a favore che contro. Tra gli astenuti c’è stato il Partito Nazionalista Basco (PNV), che durante la battaglia per i Presupuestos rimase fedele a Sanchez, votando a favore e sostenendo il Governo. Il suo leader Aitor Esteban ha rimproverato Sanchez di non aver coinvolto gli alleati cercando un «programma congiunto». Stesso discorso per la Sinistra Repubblicana Catalana (ERC), che durante la proposta di legge Finanziaria votò contro dopo aver fatto cadere il Governo Rajoy e aver consegnato la Moncloa al Partito Socialista. Nella mattinata con un Tweet dal carcere di Lledoners, il Presidente di Erc Oriol Junqueras ha inviato il suo partito a «tenere aperto il dialogo e a negoziare per risolvere i conflitti». Ma visto l’incombere del processo per sedizione e ribellione che vedrà protagonisti alcune tra i più importanti leader catalani, e che nella scorsa legislatura ha portato sia Erc che PdyCAT ad offossare in aula il suo Governo, Sanchez ha optato di guardare altrove e non intrattenere alcun dialogo congiunto.

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A dire la verità la notizia di un tracollo di Sanchez nella seconda investitura era ampiamente nell’aria. Oggi El Pais, uno dei quotidiani più autorevoli del Paese titola «La Moncloa da per rotte le negoziazioni per l’investitura». Sia il Psoe che Unidos Podemos avrebbero desistito dal formare un governo di coalizione perché in sostanza Podemos avrebbe chiesto di poter impartire la sua linea al Governo oltremisura. I dissidi si sono manifestati sia sulle competenze attribuite a ciascuna formazione, sia sui ministeri. Per il Psoe, il partito più votato alle elezioni dello scorso aprile, la formazione morada avrebbe chiesto la luna, pretendendo troppi ministeri e troppe funzioni rispetto ai rapporti di forza in Parlamento. Tanto che per accontentare le loro richieste sarebbero stati necessari «due Governi». Unidos Podemos, invece, ha ribadito che in nessuna delle quattro offerte ricevute vi fossero le competenze istituzionali necessarie per poter incidere sui problemi che il partito si è proposto di risolvere. A Cadena Ser, la radio più seguita nel Paese, la vicepresidente del Governo ad interim e responsabile delle trattative per conto del Psoe Carmen Calvo ha dichiarato che l’unico modo per permettere a Podemos di portare a compimento per intero il suo programma è che vinca le elezioni, battendo anche il Psoe.

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Tra le richieste ritenute impossibili da Calvo c’è quella di concedere a Podemos il ministero del Lavoro. Podemos ha tra le sue prerogative quelle di rimodulare il divario salariale e quella di smantellare l’ultima riforma del lavoro approvata dal Partito Popolare del 2012, una riforma per certi versi molto simile al Jobs Act approvato da Renzi in Italia tra il 2014 e il 2015, e ammorbidita lo scorso anno con il ripristino di maggiori tutele ai lavoratori con bambini piccoli, rendendo un po’ più difficile i licenziamenti. Nella scorsa legislatura i due alleati hanno votato anche il salario minimo garantito a 900 euro, un cavallo di battaglia per Podemos. A Cadena Ser Calvo ha spiegato di non aver concesso il dicastero a Podemos perché ciò avrebbe creato troppe frizioni con la Ceoe, la Confindustria spagnola. A scontentare le concessioni offerte dai socialisti anche quella del ministero per le Soluzioni Abitative, un tema molto sentito da Podemos visto il partito nacque proprio dalle piattaforme anti-sfratto che hanno invaso le piazze dopo la crisi del 2008. Come negli altri casi il dicastero è stato ritenuto da Pablo Echenique, il responsabile delle trattative per la formazione del Governo per Unidos Podemos, una sorta di specchietto per le allodole, «vuoto» di competenze e insufficiente a risolvere il problema degli sfratti nei casi in cui non vi siano soluzioni locative alternative, oppure per incidere decisamente sull’abbassamento dei prezzi degli affitti. Una spiegazione marcata come una mancanza di rispetto istituzionale che ha mandato su tutte le furie Carmen Calvo. Nella tarda mattinata il Partito Socialista di Sanchez ha rigettato anche la contro-offerta «per sbloccare la situazione» e di Podemos, che comprendeva piene competenze su Sanità, Scienza e Lavoro, una proposta che avrebbe sacrificato i temi ecologici, assai cari a Podemos. A nulla è valso l’ultimo invito di Iglesias, fatto in aula poco prima del voto, di rinunciare al ministero del Lavoro pur di giungere a un accordo. La portavoce del Psoe Adriana Lastra l’ha però considerata tardiva e forse pretestuosa. «Tutto ha un limite e lei lo ha superato» ha detto Lastra rivolgendosi in aula a Iglesias, «questa è la seconda volta che impedisce un Governo di sinistra» ha proseguito. Secondo gli esperti i rapporti tra i due partiti erano ormai ai ferri corti, al punto che ieri in aula Sanchez aveva redarguito Iglesias sulla necessità che il suo partito dovesse avere maggior fiducia nei socialisti, visto che il Psoe è più esperto ed è presente nella vita pubblica spagnola da 140 anni. Sanchez ha inoltre dichiarato che in questo momento il Psoe non ha bisogno di un «guardiano» quanto piuttosto di un fedele partner. Un discorso che ha rimarcato la differenza tra la sinistra di governo e quella più estrema, e che è stata interpretato da Alberto Garzon, leader della Izquierda Unida, la sinistra comunista, un partito che nonostante la sconfitta alle urne conta 5 deputati perché eletti tra le fila di Unidos Podemos. Sia Garzon che altri intellettuali di sinistra hanno interpretato l’atteggiamento del Psoe come una chiamata ai partiti della destra di Colon: il Partito Popolare, Ciudadanos e gli estremisti di Vox e un segnale di poco interesse verso le istanze degli altri partiti minori della sinistra. Un invito che allo stato attuale è di difficile attuazione per molti motivi, tra tutti il rispetto per l’elettorato. Sanchez dovrà ora trovare una soluzione entro il prossimo 23 settembre, ultimo giorno disponibile prima che il Re Felipe scioglierà entrambe le Camere delle Corti Generali, e indica nuove elezioni, in una data molto vicina al 10 novembre.

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