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Come è finita la sceneggiata di Salvini sulla Diciotti (male)

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Alle 21 e 15 di ieri sera Matteo Salvini teneva ancora duro sulla nave Diciotti: al suo arrivo durante la festa della Lega a Barzago faceva sapere che “appena finite le indagini, appena si saranno raccolti tutti gli elementi che permetteranno di indagare e poi di arrestare chi ha commesso episodi di violenza”. A quel punto “tutti potranno scendere. Anche perché prima scendono prima testimoniano su chi ha commesso violenza”.

La sceneggiata della Diciotti

Qualche minuto dopo era Palazzo Chigi ad interrompere la sceneggiata annunciando in una nota: “Sta per iniziare lo sbarco dei migranti che sono a bordo della nave Diciotti. Sono state completate le procedure di identificazione delle persone che erano a bordo, con particolare riguardo a quelle a cui risulterebbero imputabili le condotte che configurano ipotesi di reato. Nei prossimi giorni proseguiranno gli accertamenti, a cura della Polizia di Stato, con assunzione delle informazioni testimoniali di tutte le persone che sono state trasportate”.

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I giornali raccontano nei retroscena di oggi che è stato decisivo il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, che ha telefonato a Conte subito dopo il rientro di quest’ultimo da Bruxelles. Dopo il colloquio con il Capo dello Stato il presidente del Consiglio ha scavalcato il suo ministro dell’Interno e annunciato lo sbarco. Il Viminale fa trapelare il suo “stupore” per la telefonata e il suo “rammarico” per la decisione della procura di Trapani di non emettere alcun provvedimento restrittivo.

Mattarella e la Diciotti

Un cumulo di sciocchezze che il Viminale non dovrebbe permettersi di sostenere: l’ormai famoso ammutinamento della Vos Thalassa non somigliava per niente a quello del Bounty: due persone in tutto sulle 67 a bordo avrebbero minacciato parte dell’equipaggio del rimorchiatore quando hanno capito che li stavano riportando in acque libiche dopo averli salvati; i proprietari della nave hanno però smentito questa ricostruzione e addirittura sostenuto che la storia delle minacce è venuta fuori per permettere di velocizzare l’autorizzazione a scaricare i naufraghi.

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Non c’era alcun elemento per sostenere la prima ricostruzione fornita dal ministro Toninelli su Twitter e quindi non c’era alcun elemento per “farli sbarcare in manette”, come aveva annunciato Salvini nei giorni scorsi. La magistratura di Trapani ha raccolto le testimonianze tramite la Guardia Costiera e poi si è ritirata in buon ordine in attesa di prendere decisioni, lasciando la nave in mare in attesa di una decisione ieri pomeriggio.

La nave Diciotti fa affondare il governo

Il ministro dell’Interno, appena saputo dell’intervento di Conte, ha scaricato le colpe della vicenda sul responsabile delle Infrastrutture visto che è la ricostruzione di Toninelli che ha portato i migranti sulla Diciotti ad essere ufficialmente smentita. Ma il vero sconfitto è Salvini che chiedeva una sospensione dello stato di diritto in Italia per ragioni di propaganda elettorale e non l’ha ottenuta.  I due identificati saranno indagati a piede libero. Non proprio l’esito che il vicepremier si attendeva, intenzionato a trasformare il caso Diciotti in un nuovo deterrente, come il respingimento della Lifeline lo era stato per le Ong. Spiega Carmelo Lopapa su Repubblica che fino al pomeriggio, chiuso il vertice a Innsbruck, l’ordine che era stato impartito ai prefetti che coordinavano dal Viminale era perentorio:

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«Fate capire a Trapani che noi non abbiamo alcuna fretta, i magistrati possono prendersi tutto il tempo che vogliono col loro dibattito interno, ma dalla Diciotti non sbarca nessuno, non c’è la mia autorizzazione».

Chiusa la telefonata spiegava: «Siamo al dibattito tra giudici sul da farsi. Ma noi non arretriamo, questa vicenda deve servire a chiarire una volta per tutte che nessuno può prendere in giro gli italiani. Perché qui delle due l’una. O a bordo ci sono dei violenti che hanno costretto l’equipaggio a dirigere la rotta verso l’Italia, oppure qualcun altro anche a bordo, non so se gli armatori o chi altri, ha strumentalizzato la vicenda per portare comunque i migranti nei nostri porti. In questo caso voglio nome e cognome, voglio che risponda in sede civile e penale di questa scelta scellerata che ha dei costi per il nostro Paese».

Lo sbarco

Il Quirinale fa sapere di essere intervenuto per dirimere un conflitto fra poteri dello Stato. Non a caso erano contemporaneamente in gioco la Guardia Costiera (sulla quale la parola spetta al ministro della Difesa), la Polizia di Stato(che risponde al ministro dell’Interno), la magistratura (che è invece autonoma e indipendente). Di certo non serviva l’intervento di Mattarella per concludere la vicenda, ma il presidente della Repubblica è un capro espiatorio perfetto per far dire a Salvini di essere stato fermato da qualcuno e salvare così la faccia nonostante i naufraghi della Diciotti non siano sbarcati in manette come aveva promesso. Conte potrà dire di essere stato spinto da Mattarella, Salvini potrà dire di aver subito la decisione di Mattarella, il M5S potrà dire che ci vuole rispetto nei confronti del Capo dello Stato: ciascuno recitando la sua parte in commedia potrà provare a salvare la faccia così.

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La rotta e la sceneggiata della nave Diciotti (Corriere della Sera, 13 luglio 2018)

Ma in realtà non è vero niente. Dal giorno annunciato per l’approdo a Trapani si sapeva che la magistratura non sarebbe potuta intervenire come voleva Salvini a meno che non avesse inventato un reato tale da permettere lo sbarco in manette con tanto di flash e telecamere. Per fortuna a Trapani si sono resi conto che l’indipendenza dei poteri vale più dei capricci di un ministro. Il M5S si è anche reso conto di non avere al suo interno la forza per chiudere politicamente la questione dello sbarco senza conseguenze, e allora Conte ha mandato avanti Mattarella. Il presidente della Repubblica, come già in altre occasioni dal 4 marzo, si è preso in carico tutta la responsabilità dell’accaduto preferendo essere il parafulmine di Salvini che il Capo di uno Stato che commetteva un sopruso nei confronti di 67 persone per ragioni politiche. Chi ha più senno lo usi, recita un vecchio detto. Ok, ma allora perché chi ne ha di meno deve fare per forza il ministro?

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