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Il disastro del Coronavirus in Piemonte a Report

Nella regione per tutto il primo mese di emergenza la struttura sanitaria del territorio è rimasta in black out, senza possibilità di comunicare a causa di un sovraccarico nel sistema di segnalazione via mail. E così l’unità dell’emergenza è diventato un corpo cieco

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Ieri Report ha dedicato un servizio firmato da Emanuele Bellano al Coronavirus in Piemonte e al modo in cui la Regione ha risposto all’emergenza. Il conduttore Sigfrido Ranucci ha cominciato raccontando la vicenda delle email di segnalazione dei sospetti casi di COVID-19 sparite e poi ha lanciato la storia di Mario Raviolo e del focolaio di Tortona.

Il Coronavirus in Piemonte a Report

Raviolo è entrato in un convento in cui erano segnalati casi sospetti di Coronavirus con una tuta isolante, che purtroppo non è a disposizione degli operatori sanitari: “Oggi gli operatori del soccorso vengono mandati in giro con i camici che lasciano scoperto parte del corpo: per proteggerci usiamo le buste dell’immondizia”, racconta uno di loro. Il contrasto delle immagini dei medici con le buste dell’immondizia e del capo del 118 Raviolo che si tutela nella maniera migliore possibile è palese, ma lo stesso Raviolo non sembra impressionato: “Ho usato quello che avevo e che poteva proteggermi in un momento in cui la mia assenza sarebbe stata un problema per la macchina organizzativa”.

A metà marzo, quando l’epidemia è già scoppiata, il problema è l’approvvigionamento di mascherine. Che sembra risolto, secondo l’assessore alla Sanità Icardi, che annuncia un accordo con la ditta Miroglio per produrle. Ma le certificazioni non sono mai arrivate perché mancavano di trattamento antibatterico e di linea sterile di produzione. Per questo sono inutili per gli OOSS. Nonostante questo le mascherine sono state fornite ai medici anche se non offrono protezione contro il virus.

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Poi si passa al racconto delle ASL che razionano l’uso di mascherine: un medico racconta che la ASL di Vercelli inoltra una circolare in cui dice che le mascherine non devono essere indossate nelle aree in comune. L’ospedale Mauriziano invece vuole l’uso della mascherina chirurgica, ma il 22 febbraio il ministero della Salute aveva inviato indicazioni in cui si diceva di usare le FP2. Si mostra poi il bar dell’ospedale di Alessandria, che ospita malati COVID-19. Anche l’ospedale Cardinal Massaia di Asti: Gabriele Mantana di Nursind spiega che c’è un reparto COVID-intensivo e, in un ambiente contiguo senza area di svestizione, ci sono gli infermieri. Le aree sono divise – si fa per dire – da buste di plastica.

L’isolamento con le buste di plastica e quelle dell’immondizia per ospedali e operatori

Stando al NURSID i casi di operatori contagiati alla data del servizio sono 80 (30 secondo la ASL). Nel documento di valutazione del rischio stilato dalla ASL non si parla della vetrata chiusa con buste di plastica con la spazzatura, spiega il responsabile della prevenzione Andrea Cane, che poi dice “Adesso vado a vedere”. L’assessorato alla Salute spiega che la circolare della ASL di Vercelli sulle mascherine era un errore e per questo è stata ritirata. Nel frattempo Raviolo è stato rimosso dall’incarico per la gestione del caso Alessandria. Il 7 aprile ad Alessandria ci sono 2mila contagiati, più di Milano in relazione alla popolazione, ma i tamponi sono pochi. In provincia si passa dagli 0 contagi di febbraio ai 2016 di aprile: un focolaio è scoppiato a metà febbraio, i ricoverati passano da 2 a 580 in pochi giorni. Il primario Guido Chicino racconta la storia di un orchestrale che aveva lavorato in Lombardia e di una sala da ballo nel comune di Sale dove è avvenuto il primo contagio: “Tanti andavano a salutarlo o a stringergli la mano”, raccontano i testimoni. Dopo l’esibizione il batterista 68enne dell’orchestra finisce in rianimazione e si registrano i primi sei casi.

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All’epoca Raviolo chiede a chi era in quella sala di contattare il medico curante. Le persone segnalano la loro presenza nel locale ma non vengono sottoposte a tampone e altri testimoni raccontano che alla fine l’unità di crisi e il sistema di sorveglianza non si muovono. Un medico di base dice che il tampone non è stato fatto a un suo paziente da lui segnalato: le persone hanno continuato a girare e a diffondere il virus senza alcun controllo nei loro confronti. Eppure si tratta di uno dei sistemi sanitari migliori d’Italia e il governatore Cirio non ha mai mancato di tesserne le lodi anche se contava solo su 268 posti in terapia intensiva all’inizio dell’emergenza. Arriva quindi la storia del Sisp e delle mail smarrite.

La storia del SISP e delle mail smarrite

Il protocollo per il contenimento prevede che i pazienti positivi vengano registrati dal SISP. Ma via telefono, racconta un medico, è impossibile. E anche via mail non arrivano risposte e nemmeno tamponi. I medici di base segnalano via mail i loro sospetti pazienti positivi e nessuno risponde per qualche tempo, finché non si scopre che il sistema della posta intasato non ha memorizzato le mail successive e le segnalazioni sono finite perse nel nulla.

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Il blocco delle mail fa perdere le segnalazioni e la mail di risposta del sistema che annuncia il sovraccarico arriva solo il 26 marzo. Poi arriva una risposta automatica che dice che senza i dati anagrafici non verrà presa in carico la segnalazione. Icardi, interrogato sul punto, fa sapere che c’è stato un errore di una delle aziende sanitarie piemontesi: “Forse il SISP non ha avuto la capacità di rispondere alle mail e per questo motivo eravamo partiti con una nuova piattaforma informatica”, spiega l’assessore.

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Per tutto il primo mese di emergenza la struttura sanitaria del territorio è rimasta in black out, senza possibilità di comunicare. I team di medici addestrati per l’emergenza non vengono fatti in Piemonte, dice il sindacalista Roberto Venesia. E così l’unità dell’emergenza è diventato un corpo cieco. Sulle mail scomparse ora indagano i NAS su mandato della procura di Torino. La Regione fa sapere che i laboratori per i tamponi erano solamente due.

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