Opinioni

Renzi fa sapere che sulle dimissioni non ci ha ripensato

Non dice più che se perde il referendum si dimette, ci ha ripensato? “Non ci ho ripensato. Il punto è un altro. Dal giorno dopo che l’ho detto tutti a dire ‘sbaglia a personalizzare’, che voglio fare un plebiscito. Io ho detto solo che non parlo più del mio futuro, non lo faccio nemmeno questa sera. Questo referendum non riguarda il futuro di una singola persona, ma la possibilità di ridurre i numeri delle poltrone, che solo la Camera abbia il potere di dare fiducia al governo, la semplificazione”: questo dice il premier, Matteo Renzi, a “Porta a porta”. “Io – aggiunge – penso che il referendum lo vinceremo, non parlo più di quello che succederà a me in caso di sconfitta”.
renzi vota 2018 referendum
Renzi quindi conferma quanto aveva affermato qualche tempo fa da Del Debbio, quando aveva detto che a prescindere dal risultato del referendum si sarebbe votato nel 2018. A parte che la data del voto non la decide il presidente del Consiglio, come avevamo scritto all’epoca gli scenari futuri possibili sono due, e non uno, in caso di sconfitta nella consultazione popolare che avrà luogo a ottobre o novembre. Il primo scenario parte dal presupposto che il premier ritiene che la sua maggioranza sia solida, che il Parlamento gli garantirebbe comunque i numeri necessari per andare avanti fino al 2018 anche in caso di sconfitta al referendum. E rispondendo che si vota nel 2018 Renzi ottiene così l’effetto di slegare l’esistenza del suo esecutivo dall’esito della consultazione. Quindi, in caso di sconfitta, Renzi può salire al Quirinale da Mattarella facendo presente di non essere stato sfiduciato, ottenere semmai un altro voto dal parlamento e continuare fino al 2018. Questo è lo scenario positivo.
Ma ce n’è anche uno negativo: in caso di sconfitta Renzi può anche dare le dimissioni e lasciare Palazzo Chigi (di qui la precisazione di oggi a Porta a Porta), ma a quel punto la legislatura non potrà interrompersi di botto per andare al voto semplicemente perché come legge elettorale per il Senato c’è quel che resta dall’intervento della consulta sul Porcellum: l’Italicum tornerebbe in discussione nella sua interezza e le forze politiche dovrebbero trovare un accordo su una nuova legge elettorale. Senza contare che ci sarebbe anche una legge di stabilità da approvare con le clausole di salvaguardia da annullare, la riforma delle pensioni promessa e già impostata dall’esecutivo e i tagli delle tasse che il premier è tornato a promettere. Il tutto nel pieno di una trattativa con l’Europa sulla flessibilità. Insomma, ci sono tanti buoni motivi per pensare che la legislatura non sia morta con la caduta del suo governo.

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