Politica

I dieci errori della Regione Lombardia sul Coronavirus

10 errori regione lombardia coronavirus

Il Fatto Quotidiano oggi riepiloga in un articolo a firma di Davide Milosa e Maddalena Oliva i dieci errori della Regione Lombardia sul Coronavirus SARS-COV-2 e su COVID-19.  Ecco qua la pletora di “sottovalutazioni del rischio e incapacità organizzativa” di Attilio Fontana e Giulio Gallera:

1. Gli incontri a Roma.  L’Unità di crisi di Regione Lombardia si è addirittura riunita il 9 gennaio perla prima volta. Cosa si decide? Fino al 20 febbraio ben poco.

2. Prevenzione inesistente. Manca un piano pandemico regionale: sul sito,l’ultimo disponibile è quello contro il virus N1H1. Data: 2009.

3. Ospedalizzazione di massa. Quando scoppia il “caso Mattia”, la battaglia è già impari. Il virus è ovunque in Lombardia. Le terapie intensive vengono invase e, nonostante se ne fosse parlato a livello centrale già tre settimane prima, la Regione punta sugli ospedali. “È stato un disperato inseguimento all’ospedalizzazione, ma le epidemie non si vincono negli ospedali:quando arrivano lì sono già perse”, spiega una fonte molto qualificata. Con la logica dei più ricoveri possibili, dimenticando la medicina sul territorio, gli ospedali sono andati in collasso.

4. Ospedali veicoli di contagio “accidentale”.La scelta della Regione ha trasformato i presidi sanitari in vettori per la diffusione del virus anche tra gli operatori. Tanto che la percentuale degli infetti tra i medici in Lombardia è la più alta (13%, a livello nazionale è il 9%). I casi degli ospedali di Codogno e di Alzano Lombardo (Bergamo) –chiuso dopo i primi casi e poi inspiegabilmente riaperto –hanno dimostrato che, nonostante le buone prassi di medici e infermieri, il virus ha viaggiato dal pronto soccorso ai reparti.

5. Mancate zone rosse. Nei primi giorni di crisi il Basso Lodigiano diventa zona rossa. Il “modello Codogno” funziona. La Regione però tergiversa sul focolaio della bassa Valseriana, dove i casi sono ormai esplosi. “È evidente –spiega il professor Massimo Galli d e l l’ospedale Sacco –che la chiusura di Nembro e Alzano avrebbe ridotto la diffusione”.

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6. I medici inascoltati. Un medico di Bergamo –lo ha raccontato il Wall Street Journal– il 22 febbraio ha provato a farsi ascoltare, mandando una lettera in Regione per consigliare la costituzione di strutture Covid dedicate. La Regione rispedirà al mittente la proposta, salvo ripensarci giorni dopo. Un gruppo di medici sempre di Bergamo scrive al New England Journal of Medicine: “Questo disastro poteva essere evitato con un massiccio spiegamento di servizi alla comunità, sul territorio”.

7. Nessuna sorveglianza epidemiologica. Non c’è stata, fino a ora, nessuna mappatura epidemiologica, attraverso la ricostruzione dei contatti dei positivi.

8. Tamponi ai sanitari.Tra i target sfuggiti c’è la categoria più esposta: il personale sanitario. Spiega Stefano Magnone, medico a Bergamo e segretario regionale dell’Anaao : “All’inizio i tamponi venivano fatti anche al personale asintomatico. Molti erano negativi e il problema è stato sottovalutato. Adesso si mandano al lavoro medici con febbre non superiore a 37,5 e senza nemmeno fare loro il tampone. Forse perché si teme che i positivi siano così tanti, da sguarnire ulteriormente di personale i presidi ospedalieri”.

9. Personale non sufficiente. Dicono i medici in trincea: se tu Regione mi fai aumentare i posti letti in terapia intensiva, ma il personale resta sempre lo stesso, allora mi uccidi. Se non di virus, di fatica.

10. La vocazione al privato. Il “peccato originale”de l modello Lombardia. Una galassia, quella del privato accreditato che, tranne alcune eccezioni, non sembra aver risposto a questa emergenza.

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