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Il flop annunciato del referendum ATAC

Cosa succede dopo il mancato raggiungimento del quorum: il ricorso al TAR annunciato dai promotori e il destino del trasporto pubblico romano, ancora destinato a costare ai cittadini e rimanere inefficiente a prescindere dal risultato

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Il referendum ATAC fa flop: non raggiunge il quorum del 33,3%, necessario per la sua validità. Meno di 400 mila romani al voto, cioè appena il 16% dei 2,4 milioni di aventi diritto: il Sì che prende tre preferenze su quattro arriva al 74%, ma in teoria è tutto inutile.

Il flop annunciato del referendum ATAC

Nella pratica i Radicali, promotori del referendum composto di due quesiti – uno sull’affidamento dei servizi di trasporto tramite gare pubbliche e l’altro sulla possibilità di creare nuovi servizi di mobilità collettiva non di linea, utilizzabili tramite applicazione o a richiesta – annunciano un ricorso al Tribunale Amministrativo Regionale perché il referendum è stato proclamato nel giorno dell’approvazione del nuovo Statuto di Roma Capitale, che non prevede quorum per i referendum popolari. Quasi 2 milioni e mezzo di romani erano chiamati a dire Sì o No al quesito promosso dai Radicali per mettere a gara il criticatissimo servizio bus e metro della capitale. Solo in 387mila sono andati a votare, con un Sì che in serata viaggiava vicino al 74%.

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I numeri del referendum ATAC (Corriere della Sera, 12 novembre 2018)

Il risultato mostra una città a due facce:la partecipazione si concentra nei Municipi I (affluenza al 20,78%) e II (25,40%) governati dal PD, mentre crolla nei quartieri periferici, dove si concentrano le maggiori criticità del trasporto pubblico: il picco negativo è nel VI, Tor Bella Monaca, con il 9,31% di votanti. I numeri danno adito alla solita ironia sul “referendum pariolino” ma questa volta è fuori luogo: se nei quartieri popolari non è andato nessuno a votare è per l’asimmetria informativa e non per motivi politici o per scelta di comodo allo scopo di far saltare il quorum.

Niente liberalizzazioni, niente autobus, niente di niente

Il referendum ATAC, che teoricamente non poteva portare di per sé a nessuna privatizzazione del trasporto pubblico ma nell’opinione pubblica è stato definito come la mossa che portava alla privatizzazione di ATAC, associa lo stesso destino dell’azienda dei trasporti romana. Proprio oggi Daniele Autieri su Repubblica Roma ricorda cosa c’è scritto nella relazione sul concordato preventivo depositata al tribunale di Roma:

Le pagine conclusive del corposo volume sono dedicate alle “Possibili criticità nell’attuazione del piano concordatario”, ossia a tutti quei nodi che né la giunta grillina, né l’azienda hanno ancora sciolto. E il primo punto delle criticità sollevate dai commissari riguarda proprio il tanto sbandierato piano di rinnovo del parco mezzi. «Con specifico riferimento ai 227 autobus per i quali Roma Capitale ha formalizzato pre-ordini vincolanti di acquisto attraverso la piattaforma Consip — si legge nel documento — non si è ancora pervenuti alla sottoscrizione dei relativi contratti».

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In sostanza, i commissari chiedono agli estensori del piano industriale di Atac di ragionare in modo più realistico prevedendo l’arrivo dei primi mezzi dal mese di giugno 2020 e non più nel 2019. Questo ritardo avrebbe un effetto a catena, non solo sul servizio, ma anche sulla produttività aziendale. Un nodo ne crea quindi un altro, ancora più grave: il mancato rispetto dei tempi previsti per saldare i debiti di Atac ai suoi creditori. L’arrivo posticipato dei nuovi bus comporterà infatti un ritardo nel pagamento ai creditori privilegiati e a quelli chirografari, che vedranno slittare il saldo delle loro rate al 2022.

Un referendum senza quorum, un’azienda senza servizio pubblico

Una situazione che promette di riverberarsi anche nei prossimi mesi o anni di gestione: come la promessa di recuperare entro il 2020 18,5 milioni di euro dalla Gestione Commissariale. Anche in questo caso i commissari ricordano che «non sussistono evidenze documentali certe in grado di supportare questa ipotesi» e per questa ragione «ritengono opportuno svolgere un’analisi che assume il mancato incasso del credito in questione». D’altro canto il concordato, dopo una prima bocciatura da parte dei giudici, ha ricevuto l’ok soltanto perché il Comune di Roma  ha autorizzato la sua partecipata, nell’ambito del procedimento del concordato preventivo in corso, a soddisfare in via preliminare i creditori ordinari e i fornitori dell’azienda “in precedenza rispetto al Comune di Roma”, che quindi sarà l’ultimo ente ad incassare i suoi crediti verso ATAC. La precedente versione del testo prevedeva la dicitura “di pari passo al Comune di Roma”.

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Il tribunale fallimentare e il concordato ATAC (Corriere della Sera, 24 marzo 2018)

Il Comune vantava un credito di circa 500 milioni nei confronti di Atac. LE quando finiranno di tornare questi soldi al Comune, secondo il piano? A fine aprile si parlava del 2055 come ultima rata, cominciando dal 2035. Soldi dei romani. Nessun referendum avrebbe rivoltato una situazione del genere.

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