Economia

Il reddito di cittadinanza e quei lavori da 858 euro che si possono rifiutare

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Un’offerta che è possibile rifiutare. Ovvero quella di poter lavorare per 858 euro al mese invece di percepire il reddito di cittadinanza. Lo prevede oggi la stessa legge che parla delle “offerte congrue”, che lo devono essere anche dal punto di vista economico. E ne parla oggi Il Sole 24 Ore che riepiloga anche quali sono i lavori che è possibile rifiutare per i percettori del reddito di cittadinanza.

Il reddito di cittadinanza e quei lavori da 858 euro che si possono rifiutare

Tutto ruota intorno al concetto di “offerta congrua”: i requisiti sono tre e devono essere presenti tutti insieme (come prevede il Dm 10 aprile 2018 del ministero del Lavoro): tempo indeterminato (o a termine o di somministrazione di almeno tre mesi); a tempo pieno o con un orario non inferiore all’80% dell’ultimo contratto di lavoro; retribuzione non inferiore ai minimi previsti dal contratti collettivi nazionali di lavoro.

E qui sta il punto. Perché  un emendamento al Dl 4/2019 approvato al Senato ha aggiunto che l’offerta di lavoro congrua debba prevedere una retribuzione «superiore di almeno il 10 per cento del beneficio massimo fruibile da un solo individuo, inclusivo della componente ad integrazione del reddito dei nuclei residenti in abitazione in locazione». Significa almeno 858 euro (780 euro +78) al mese.

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I lavori che i percettori del reddito di cittadinanza possono rifiutare (Il Sole 24 Ore, 11 marzo 2019)

E proprio quella cifra esclude dal computo dei lavori “congrui” come quelli stagionali in agricoltura, i part-time al 50% per il comparto alimentari-industria e  gli apprendistati, dove il tempo indeterminato non basta a rendere congrue alcune proposte di lavoro: si pensi a un parrucchiere, al suo primo anno, che ha una retribuzione pari a circa 828 euro al mese per 40 ore settimanali. Spiega Alessandro Rota Porta che il quadro si complica ulteriormente, allargando l’analisi alle differenti definizioni di offerta congrua oggi vigenti nei confronti dei disoccupati che siano percettori di misure di sostegno al reddito oppure di altri sussidi diversi dal reddito di cittadinanza: “Si pensi alla Naspi, l’indennità di disoccupazione, la cui condizionalità resta regolata da principi differenti rispetto a quelli introdotti per il nuovo sussidio. Insomma, il rischio è quello di creare una babele di regole e di allontanare la meta di un sistema di politiche attive efficace ed efficiente”.

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