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Raloxifene, Tocilizumab e Remdesivir: quali farmaci funzionano (e quali no) contro COVID-19

Secondo la piattaforma Exscalate4Cov il Raloxifene è emerso come la molecola più promettente: potrebbe bloccare la replica del virus all’interno delle cellule e far ritardare la progressione della malattia. Il Tocilizumab è stato bocciato ieri dall’AIFA. Il Remdesivir ha ottenuto invece finora qualche risultato

raloxifene coronavirus

Sono promettenti i risultati di un farmaco anti Sars-Cov2, il Raloxifene, già brevettato, e annunciato oggi dal Consorzio Exscalate4CoV finanziato dall’Ue. Lo scrive la Commissione europea in una nota. Il Consorzio si avvale della piattaforma di supercalcolo Ue, uno dei più potenti al mondo nella verifica del potenziale impatto di molecole già conosciute contro la struttura genomica del Coronavirus.

Raloxifene, Tocilizumab e Remdesivir: quali farmaci funzionano (e quali no) contro COVID-19

“E questo è uno dei tanti esempi di come il programma di innovazione e ricerca Horizon 2020 stia mettendo insieme il mesglio dei ricercatori europei, aziende farmaceutiche, tecnologie e infrastrutture per sconfiggere il virus”. “La piattaforma Exscalate4Cov porta innovazione nello studio dei farmaci in Europa e nel mondo. Questo primo risultato dimostra il valore di una vera cooperazione paneuropea mettendo insieme le migliori capacità che l’Europa stessa ha da offrire nel campi della scienza biomedica e del supercalcolo. Continueremo a mobilitare tutte le tecnologie disponibili compresa l’intelligenza artificiale per combattere il Coronavirus”, ha commentato il Commissario europeo per il mercato interno Thierry Breton. Il Consorzio ha già testato virtualmente 400.000 molecole usando il supercalco: 7 000 molecole sono state preselezionate e testate in vitro, 100 sono state selezionate e 40 sono risultate attive contro il virus. Tra queste il Raloxifene è emerso come la molecola più promettente: potrebbe bloccare la replica del virus all’interno delle cellule e far ritardare la progressione della malattia, in particolare nei casi moderati e asintomatici.

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Raloxifene, un farmaco approvato in Europa per la terapia dell’osteoporosi, potrebbe funzionare anche per il Coronavirus SARS-COV-2. L’identificazione della molecola in tempi rapidi – spiegano dal gruppo farmaceutico italiano Dompé, che fa parte del consorzio – è stata possibile grazie al primo screening virtuale (in silico) condotto dai supercomputer del consorzio su oltre 400mila molecole, farmaci sicuri per l’uomo e prodotti naturali, messi a disposizione da Dompé e dal Fraunhofer Institute tedesco. Raloxifene è stato scelto “per la sua sicurezza e il suo profilo tossicologico ben noto”. Sarà proprio il comitato etico dello Spallanzani a decidere sul via libera all’uso del farmaco contro il virus in tutta Italia. Intanto il Raloxifene può essere usato per uso compassionevole. La scorsa notte Kbs News ha dato la notizia che anche i ricercatori della Corea del Sud stanno utilizzando il Raloxifene ma non hanno brevettato la molecola per l’utilizzo contro la Sars CoV2.

I risultati di Remdesivir e Tocilizumab

Buone notizie ulteriori anche su remdesivir che in un articolo pubblicato su Nature conferma che la sua somministrazione precoce possa ridurre il rischio di sviluppare una grave polmonite. “Lo scenario Covid-19 non è cambiato, abbiamo definito meglio la terapia antivirale, ma l’unico farmaco che ci può aiutare è il Remdesivir”, ha detto il direttore scientifico della Società Italiana di Malattie Infettive e Tropicali, Massimo Andreoni, intervenendo oggi alla conferenza stampa di presentazione del webinar del 23 giugno dal titolo Covid Updates, organizzato da Aristea con il contributo non condizionato di Gilead Sciences. “Ancora oggi una strategia valida e certa- ha proseguito- con garanzie di fronte ad ogni caso, non l’abbiamo. Le ricerca deve fare ancora molto”.

Ieri invece l’AIFA ha fatto sapere che per quanto riguarda il Tocilizumab, utilizzato per trattare l’artrite reumatoide, lo studio randomizzato italiano su 126 pazienti (un terzo della casistica prevista), e concluso anticipatamente, “non ha mostrato alcun beneficio nei pazienti trattati né in termini di aggravamento (ingresso in terapia intensiva) né per quanto riguarda la sopravvivenza”. Nell’ambito del trattamento dei pazienti con Covid-19, il Tocilizumab si deve considerare quindi come un farmaco sperimentale”. Dei 126 pazienti randomizzati, tre sono stati esclusi dalle analisi perché hanno ritirato il consenso. “L’analisi dei 123 pazienti rimanenti – afferma l’Aifa nella nota – ha evidenziato una percentuale simile di aggravamenti nelle prime due settimane nei pazienti randomizzati a ricevere Tocilizumab e nei pazienti randomizzati a ricevere la terapia standard (28.3% vs. 27.0%). Nessuna differenza significativa è stata osservata nel numero totale di accessi alla Terapia Intensiva (10.0% verso il 7.9%) e nella mortalità a 30 giorni (3.3% vs. 3.2%)”. L’obiettivo era valutare l’efficacia del Tocilizumab, somministrato in fase precoce, nei confronti della terapia standard in pazienti affetti da polmonite da Covid-19 di recente insorgenza che richiedevano assistenza ospedaliera, ma non procedure di ventilazione meccanica invasiva o semi-invasiva. Lo studio è stato promosso dall’Azienda Unità Sanitaria Locale-IRCCS di Reggio Emilia (Principal Investigators i professori Carlo Salvarani e Massimo Costantini) ed è stato condotto con la collaborazione di 24 centri. Si tratta del primo studio randomizzato concluso a livello internazionale su Tocilizumab, interamente realizzato in Italia. E spiega ancora l’Aifa: “Lo studio non ha mostrato alcun beneficio nei pazienti trattati né in termini di aggravamento (ingresso in terapia intensiva) né per quanto riguarda la sopravvivenza. In questa popolazione di pazienti in una fase meno avanzata di malattia lo studio può considerarsi importante e conclusivo, mentre in pazienti di maggiore gravità si attendono i risultati di altri studi tuttora in corso”. L’uso del Tociluzumab – prescrive l’Agenzia italiana del farmaco – deve essere limitato esclusivamente nell’ambito di studi clinici randomizzati”.

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