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Qual è il vero numero dei contagiati da Coronavirus in Lombardia?

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In Lombardia, la regione più colpita dall’epidemia di Covid-19, sono 28.761 le persone contagiate dal coronavirus SARS-CoV-2. I casi attualmente positivi (il totale include i guariti e i deceduti) sono 18.910. Ma sono davvero poco meno di 20mila in tutta la regione le persone che hanno contratto il coronavirus? Gli open data della Protezione Civile ci informano che in Lombardia sono stati eseguiti (alla data dell’aggiornamento del 23 marzo) 73.242 tamponi.

Quanti tamponi sono stati eseguiti in Lombardia?

Il che significa che solo una piccolissima percentuale degli abitanti della Lombardia (oltre 10 milioni di persone) è stata effettivamente sottoposta al famoso test. Fermo restando che non è assolutamente detto che ogni singolo tampone corrisponda ad un paziente diverso. Ad esempio è probabile che pazienti considerati guariti o le persone messe in isolamento domiciliare vengano sottoposte più volte al test per confermare la negativizzazione del tampone. Sappiamo che la Regione ha stipulato un accordo con la Copan Diagnostics di Brescia (che produce i kit) per la vendita di 200 mila tamponi a settimana per un totale complessivo di un milione e mezzo. La stessa azienda è in grado di produrne dieci milioni a settimana. I tamponi insomma non mancano, diversa invece è la questione relativa alla capacità di eseguire le analisi: il sistema semplicemente non ce la fa.

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In un’intervista a repubblica il Direttore della Protezione Civile e Commissario per l’emergenza Angelo Borrelli oggi ha detto che «il rapporto di un malato certificato ogni dieci non censiti è credibile». Significa quindi che su un totale di 60 mila casi accertati in tutta Italia ci sarebbero almeno 600 mila persone che non sono state testate ma che hanno contratto il coronavirus. In Lombardia il totale dei positivi arriverebbe così a quasi 300mila. Ma non si deve fare l’errore di pensare che queste persone siano tutte asintomatiche, vale a dire che pur avendo Covid-19 non abbiano alcun sintomo.

I positivi “nascosti” ai quali non viene fatto il tampone per Covid-19

Come scrive Elio Truzzolillo su neXt Quotidiano quello dei tamponi è il segreto di Pulcinella e la situazione è molto diversa da come appare dai dati diffusi da Regione Lombardia o dalla Protezione Civile. Tanto per fare un esempio: in Lombardia per “trovare” un contagiato si fanno solo 2,5 tamponi (73.242 tamponi per 28.761 casi), in Veneto 11,2 (61.515 tamponi per 5.505 casi). Ma allora chi viene testato? Sicuramente tutti coloro che sono ricoverati in terapia intensiva e gli ospedalizzati (ricoveri in malattie infettive, sub intensiva e così via). Ma se guardiamo il dato di un’altra categoria dei testati, quelli in isolamento domiciliare, il numero è incredibilmente basso: 8.461. Basti pensare che solo a Milano il numero di casi positivi “nascosti” ovvero non censiti ufficialmente è di circa 1.800 persone. Malati che stanno a casa con sintomi da contagio da SARS-CoV-2 ma senza test.

Selvaggia Lucarelli, ma anche altri, hanno iniziato a raccogliere testimonianze di persone che riferiscono di avere i sintomi di Covid-19 (tosse, febbre, difficoltà respiratorie, anosmia e perdita del senso del gusto) e che sono in terapia o in cura a casa ma ai quali non è stato fatto il tampone. Di fatto sono pazienti Covid-19 che non rientrano nelle statistiche ufficiali. Quanti sono? È impossibile fare una statistica basandosi su qualche decina di casi ed esperienze individuali (gli amici che vivono in Lombardia e che da settimane stanno male ma ai quali non è stato fatto il test). Possiamo aggiungere i casi degli anziani ricoverati nelle RSA o nelle case di risposo dove il personale non ha gli strumenti per fronteggiare eventuali cluster epidemici.

Ma che fine hanno fatto i 200 mila tamponi che la Lombardia riceve ogni settimana?

Anche il dato riferito da Borrelli non ha alcun fondamento dal punto di vista scientifico: non ci sono prove che il rapporto sia uno a dieci (o ancora più alto come sostiene il primario del San Martino di Genova Matteo Bassetti). L’assessore al Welfare della Lombardia Giulio Gallera ha detto che per chi ha i primi sintomi della malattia «sarà il medico di base a mandarvi a fare il tampone». Questo però non è vero. E non solo perché spesso e volentieri i medici di base sono i primi ad essersi ammalati ma perché non sta andando così. Non è credibile che in una provincia di Bergamo (che ha oltre un milione di abitanti) i casi positivi siano “solo” 6.470

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A Gallera si dovrebbe chiedere invece come mai se la Regione ha una fornitura di 200 mila tamponi a settimana il numero di tamponi effettuati dall’inizio dell’epidemia di Covid-19 è di poco più di 70 mila. Al di là delle tempistiche necessarie e dell’enorme carico di lavoro sui laboratori di analisi la conseguenza è un’altra. Tutte le misure prese fin qui si basano sui dati epidemiologici raccolti giorno per giorno: numero di morti, numero di contagiati e diffusione del contagio. Il problema è che in base ai dati disponibili la letalità di Covid-19 (numero di decessi in rapporto al numero di positivi) risulta essere altissima: 13,1%. Ma se il numero di positivi fosse molto superiore (come sostiene il Capo della Protezione Civile) questo dato verrebbe ridimensionato per forza. Questo non significa che non ci sia un’emergenza – anzi a dirla tutta la dichiarazione di Borrelli sul fatto che i casi sono dieci volte di più, detta così, senza prove e numeri, è assai pericolosa – ma che molto di quello che sappiamo sulla diffusione dell’epidemia non corrisponde alla realtà.

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Le varie fasi della risposta della Cina all’epidemia di coronavirus Fonte: Rapporto OMS su Covid-19

E non lo sappiamo perché c’è qualcuno che nasconde i numeri (come si accusa di aver fatto la Cina) ma perché ci sono degli amministratori che non stanno facendo l’unica cosa sensata: testare la popolazione. Non  lo si deve fare solo per aggiornare le statistiche, lo si deve fare perché è il metodo più efficace per circoscrivere la circolazione del coronavirus ed individuare i singoli focolai epidemici (familiari o sui luoghi di lavoro) e arrestarne la diffusione. È quello che è stato fatto in Cina – dove non hanno solo messo in quarantena una città – in Corea del Sud o a Taiwan.

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