Dillo a Iacopo

"C'è di peggio" e gli altri: quando la positività diventa tossica

@Iacopo Melio|

positività tossica

Caro Iacopo, ti scrivo in un periodo di particolare sconforto…

Mi trovo spesso a confrontarmi con altri su certi problemi, e ultimamente noto sempre un costante sminuire le difficoltà altrui, minimizzandole con il classico “c’è di peggio”.

Anche stamani, quando mi sono sfogata con un’amica riguardo una questione personale, come risposta ho ricevuto una scarica di ottimismo (uno sbrigativo “vedrai andrà tutto bene, è cosa da poco”) che, anziché confortarmi davvero, non ha fatto altro che innervosirmi ulteriormente. Come se la mia sensibilità in quel momento non fosse esistita, come se i miei dubbi e le mie paure fossero giganti solo nella mia testa.

Quand’è che siamo diventati così? E quando impareremo ad ascoltare davvero, senza giudicare?

Un grande abbraccio, Elena.”

Cara Elena, questa che tu mi descrivi è una dinamica molto simile ad uno dei tanti ostacoli culturali che una persona con disabilità deve affrontare, ovvero quello della “positività tossica” (“toxic positivity” in inglese): si tratta di un atteggiamento che, per quanto spesso sia involontario e senza cattive intenzioni, può risultare non poco frustrante per chi lo subisce.

Ognuno di noi, in realtà, ne è stato vittima almeno una volta, anche i “normodotati”. E adesso provo a raccontarti il perché…

Quasi tutti ci siamo sentiti dire, in risposta alla nostra spiegazione di un problema o difficoltà personale, frasi come: “Vabeh, non ti va così male, dai, pensa positivo!”, oppure il più semplice “C’è chi sta peggio!”, fino al “Dovresti ritenerti fortunat*, non farne un dramma!”, ma anche il più ottimistico “Vedrai che passa presto, sarà un momento, tutto si sistema”.

Commenti fatti tutti in buona fede, per provare a consolare chi ci sta davanti, ma in realtà non fanno altro, più spesso, che peggiorare la situazione rendendo l’aiuto che si vuol dare meno realista, meno oggettivo e sincero, un po’ superficiale e sbrigativo. Inoltre, così facendo viene negato il diritto a stare male, a lamentarsi e abbattersi, rendendo la tristezza o la sofferenza un tabù da mascherare con una finta positività, con una forza che in realtà potremmo benissimo non avere. Mentre invece dovremmo imparare ad accogliere ogni fase e ogni momento della nostra vita, anche quello più buio. D’altronde, la fragilità è anche bellezza proprio perché ci ricorda che siamo umani, e pure vivi.

Ciò che si innesca quando subiamo la “positività tossica”, dunque, è quasi un senso di colpa per la paura di essere pesanti, con i nostri fardelli di dolore, e così si finisce con il reprimere le emozioni negative ritenendo valide solo quelle più luminose: e i sentimenti repressi, si sa, prima o poi rischiano di esplodere, perciò anziché ignorarli dovremmo riconoscerli e prendercene cura, estirpando quella vergogna e quel senso di inadeguatezza che non fanno altro che aumentare la pesantezza percepita.

Ma quindi, cosa possiamo fare per evitare tutto questo? Innanzitutto accettare ciò che proviamo, accogliere anche quello che ci trascina verso il fondo, perché solo così possiamo osservarlo, razionalizzarlo, e di conseguenza lasciarlo andare più facilmente, rendendoci conto che davvero tutto passa se abbiamo pazienza. E dovremmo farlo proprio, appunto, per ribadire che tutto ciò che viviamo è valido, anche le lamentele, fino a quei pianti che la società vorrebbe nascondere, soprattutto negli uomini dal momento che la cultura patriarcale, tutt’oggi purtroppo assai presente, vorrebbe vederli sempre forti e vigorosi (così come le donne educate e gentili, sensibili e miti, quasi sottomesse).

Come detto in apertura, si potrebbe pensare che la “positività tossica” colpisca solo le persone con disabilità o chi sta affrontando una malattia, ma in realtà non è così: riguarda chiunque, ma proprio chiunque, alle prese con un problema o uno sconforto. Ogni singola esternazione e manifestazione di disagio può essere circondata da frasi tanto scontate quanto irritanti, finendo con lo screditare il problema stesso anziché offrire un aiuto concreto ed efficace.

Insomma, se vogliamo davvero essere d’aiuto per gli altri, credo ci si debba impegnare a non sminuire il dolore altrui dimostrando invece una maggiore empatia. Davvero, a volte basta poco, come un “Capisco cosa intendi!”, oppure “Non posso capire cosa provi, ma immagino sia dura… Posso fare qualcosa per te?”, o semplicemente “Se hai bisogno, ci sono”. Perché anche il “semplice” ascolto, come tu dici, che in fin dei conti così semplice non è, può fare eccome la differenza, purché non sia giudicante. L’ascolto è una forma di cura. Per il resto ricordiamoci sempre, quando non riusciamo a placare i nostri mostri interiori, di rivolgerci a chi veramente, in modo specializzato, può tirarci fuori dai vortici più neri: chiediamo aiuto, senza paura e senza vergogna, appena possibile. Perché crederci invincibili non serve a niente, e alle volte crea danni irreparabili. Perciò vogliamoci bene, almeno noi stessi.

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