Dillo a Iacopo

Cos’è l’abilismo e perché non se ne parla mai abbastanza

“Combattere l’abilismo è fondamentale e lo si fa a partire dal dargli un nome ben preciso, considerando le persone per ciò che sono, e non per le loro difficoltà. Come dico sempre: io non sono la mia carrozzina così come nessuno è il suo paio di scarpe!”

Caro Iacopo, ti scrivo per fare un mea culpa e ammettere che prima che si parlasse del DDL Zan non avevo mai sentito pronunciare la parola ‘abilismo’, ovvero la discriminazione delle persone disabili. Ti chiedo: non è esagerato l’aver trovato una definizione anche per questo? Non si rischia di etichettare troppo proprio quando, come insegni te, le etichette andrebbero eliminate?
Grazie se risponderai, Pietro”

Caro Pietro, la tua domande è legittima e ti rispondo subito con un deciso “no, non è esagerato”, per un motivo molto semplice.
Definire qualcosa non sempre significa “etichettarlo”, con un’accezione negativa. A volte vuole semplicemente dire “riconoscere” quel qualcosa, realizzare che esista, e quindi distinguerlo dal resto perché, appunto, è importante in questo caso sottolinearne la specificità.
Discriminare una persona “in generale” è un conto (sempre sbagliato), discriminarla “in quanto disabile” è un altro ancora. Sembrano le stesse facce di una stessa medaglia, che comunque porta allo stesso apparente risultato, ovvero la discriminazione della persona, ma non è così: utilizzare la disabilità come “movente” della discriminazione stessa ci obbliga a fare una riflessione in più, chiedendoci come sia possibile che a livello sociale le persone con disabilità siano ancora oggi discriminate e, soprattutto, cosa si possa fare per evitare che questo accada.
Colgo l’occasione per raccontare cosa sia l’abilismo: si tratta della discriminazione attuata verso le persone con disabilità, il più delle volte da persone normodotate o normotipiche. Di solito, infatti, chi è abilista ritiene (o vuole rendere) le persone con disabilità inferiori rispetto a chi rientrerebbe nella “norma” socialmente riconosciuta.
Esistono principalmente quattro forme di abilismo:
– quello “diretto”, cioè quando è consapevole (ad esempio, quando una persona viene esclusa volutamente da qualcosa, come un posto di lavoro o una camera da affittare, senza una ragione legittima);
– quello “indiretto”, ovvero non intenzionale e inconsapevole (riguarda atteggiamenti e comportamenti sbagliati, spesso conseguenza di pietismo e compassione, due sentimenti completamente dannosi e fin troppo radicati nella nostra cultura che vede ancora la disabilità come qualcosa da accudire o, peggio, come una malattia);
– quello “sistemico”, risultato della somma di secoli di pregiudizi, stereotipi e luoghi comuni, ma anche punti di vista e concezioni sbagliate, tutto ciò ripetuto e quindi normalizzato con il tempo (ad esempio, la nostra società, a partire dalle città, è inaccessibile proprio perché si continua a pensare che la disabilità sia una questione di nicchia e che l’inclusione non riguardi tutti, e invece un locale senza gradini è di aiuto anche a un genitore con un passeggino o a un anziano);
– quello “Interiorizzato”, attuato proprio dalle persone con disabilità, magari ritenendo l’essere normodotati fisicamente o intellettualmente preferibile, attaccando quindi se stessi o altri disabili (ad esempio, quando la persona disabile rifiuta un servizio positivo, di aiuto, che gli spetterebbe di diritto, solo per non essere un peso o perché ritenuto umiliante).
Purtroppo troviamo abilismo in ogni aspetto della società, basti pensare a come i media rappresentano la disabilità, quasi sempre in modo triste e pesante, come fosse una malattia, dicevo, o peggio una sciagura, che di certo non invoglia ad avvicinarsi ad essa. In questo, l’uso delle parole gioca un ruolo fondamentale: dire che una persona disabile è “costretta in carrozzina”, ad esempio, che immagine ti trasmette? Di sicuro non positiva, quando invece la carrozzina è tutt’altro che un peso, ma uno strumento di libertà che permette a quella persona di condurre una vita il più normale possibile.
Ecco, Pietro, combattere l’abilismo è fondamentale e lo si fa a partire dal dargli un nome ben preciso. Come si può arginare tutto questo? Prima di tutto stando attenti a ciò che si dice o fa, approcciando in maniera più spontanea possibile all’altro e soprattutto considerando le persone per ciò che sono, e non per le loro difficoltà. Come dico sempre: io non sono la mia carrozzina così come nessuno è il suo paio di scarpe!”

Iacopo