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Perché Zingaretti vuole sciogliere il PD

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Nicola Zingaretti annuncia a Repubblica che vuole sciogliere il Partito Democratico dopo le elezioni in Emilia-Romagna. E intende fondare un nuovo partito, o un soggetto politico “vasto e plurale”, come abbiamo sentito in tante occasioni, che “accolga le istanze della società civile”, come abbiamo sentito in tante occasioni, ma “non un nuovo partito ma un partito nuovo”, come abbiamo sentito in tante occasioni.

Perché Zingaretti vuole sciogliere il PD

L’annuncio arriva in una serie di virgolettati riportati da Repubblica in un articolo a firma di Massimo Giannini nel quale successivamente si precisa che qualunque sia l’esito delle elezioni in Emilia-Romagna l’intenzione è quella:

Comunque vada il voto alle regionali, dopo il 26 gennaio il Pd non sarà più lo stesso. Il segretario ha deciso, e spiega così la sua strategia: «Convoco il congresso, con una proposta politica e organizzativa di radicale innovazione e apertura. In questi mesi la domanda di politica è cresciuta, non diminuita. E noi dobbiamo aprirci e cambiare per raccoglierla. Non penso a un nuovo partito, ma a un partito nuovo, un partito che fa contare le persone ed è organizzato in ogni angolo del Paese…».

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Detta altrimenti, e al di fuori del politichese: il Partito democratico si scioglie, e nasce un nuovo soggetto politico più vasto e plurale, con l’obiettivo di includere (non solo nella raccolta del consenso, ma anche nella ridefinizione delle strutture e degli organigrammi) la società civile, i movimenti, le sardine, tutte le forze democratiche, progressiste e ambientaliste. Magari cambiano anche simbolo e nome, benché per adesso (a due settimane dalla madre di tutte le battaglie) l’argomento sia ancora e comprensibilmente un tabù.

L’annuncio arriva per una serie di buone ragioni. La prima, e la più visibile, è che, complice la scissione di Renzi e, soprattutto, il governo con il MoVimento 5 Stelle, la segreteria di Zingaretti finora non è riuscita in alcun modo a sovvertire il trend negativo inaugurato dalla sconfitta alle elezioni politiche del marzo 2018. Nei sondaggi il partito annaspa a volte sopra a volte sotto il 20%, alle elezioni europee, nonostante la foto di Zingaretti e Gentiloni che festeggiano, il PD ha preso una percentuale superiore ma complessivamente meno voti rispetto alle politiche.

nicola zingaretti paolo gentiloni pd

Il PD e le Sardine

Dall’altra parte qualcosa a sinistra si muove, mentre il governo Conte è bloccato dai veti incrociati dei due maggiorenti e dai ricatti dei cespugli. Per questo, spiega Repubblica, Zingaretti vuole cambiare, per non morire insieme a un governo anomalo che non può reggere se a sua volta non cambia.

E il suo ragionamento parte proprio da qui, da un esecutivo che arranca senza progetto, da una maggioranza che galleggia senza identità, e da un Pd sospeso tra la paura di consegnare il Paese a Salvini e l’ansia di non declinare insieme a Di Maio, la tentazione di nascondersi dietro a Conte e l’ossessione di non farsi sabotare da Renzi. C’è un problema politico “congiunturale”: «È inutile che ci giriamo intorno, non possiamo fare melina fino al 26 gennaio, non possiamo fare ogni giorno l’elenco delle cose sulle quali non c’è accordo nella maggioranza…». Finora è stato così: non c’è un solo dossier che si sblocca, dalla prescrizione al voto sul caso Salvini-Gregoretti, da Alitalia alla concessione ad Autostrade.

sardine mattia santori

«Purtroppo – ammette il segretario – questo è il risultato della cultura delle “bandierine”, in cui ci si illude di esistere solo se si difende una cosa. Ma io lo dico ogni giorno a Conte e a Di Maio: un’alleanza è come un’orchestra, il giudizio si dà sull’esecuzione dell’opera, non sulla fuga di un solista che casomai dà pure fastidio alle orecchie. Non è il tempo di distruggere ma di costruire. E quella che va costruita subito è una visione e poi un’azione comune, su pochi capitoli chiari: come creare lavoro, cosa significa green new deal, come si rilancia la conoscenza, come si ricostruiscono politiche industriali credibili nell’era digitale».

Per Zingaretti «l’Italia sta gradualmente tornando a uno schema bipolare». Proprio per questo, adesso, alla sinistra serve il colpo d’ala. «Non dobbiamo essere pigri: io ho scommesso tutto su unità e apertura. Ho vinto il congresso dell’anno scorso nello spirito di “Piazza Grande”, lontano dagli schemini politici e vicino alle persone, nel nome dell’apertura e dell’allargamento, del noi e non dell’io, di una politica ragionata e non urlata. Dopo 12 anni ho voluto cambiare lo statuto proprio perché nel Pd non c’era neanche più il congresso, ma solo la scelta del segretario. Ora non è più così. Ma ora dobbiamo portare fino in fondo quel processo di cambiamento…».

È la logica di “Piazza Grande”: un partito nuovo, che rinasce sulle ceneri del vecchio, e che apre le porte a tutti i progressisti. Non tanto ai fuoriusciti (in questo momento i nomi di Bersani e D’Alema restano impronunciabili). Quanto piuttosto a quelli che non sono mai entrati, come Mattia Santori e gli altri ragazzi delle 92 piazze anti-Salvini, come il movimento dei sindaci “civici” guidati da Beppe Sala e Antonio Decaro, come la galassia dei verdi.

Anche se di una “grande forza riformista” che vada “oltre” la sinistra sentiamo parlare inutilmente da una ventina d’anni, la nascita di un “nuovo soggetto politico” aperto inclusivo e contendibile resta sempre molto suggestiva. Ma a una sola condizione: Zingaretti deve essere disposto a mettere in discussione tutto, non solo “il nome”, ma anche e soprattutto “i nomi”. Deve cioè azzerare tutti gli organigrammi, cedendo sovranità, poteri e incarichi ai soggetti esterni e agli esponenti della società civile che dice di voler accogliere.

Riuscirà?

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