Economia

Perché la doppia moneta di Berlusconi non funziona

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Silvio Berlusconi è tornato a combattere contro l’euro per la sovranità monetaria ma non nel modo che piacerebbe a Matteo Salvini, ovvero chiedendo un’uscita dall’euro. Lo ha fatto ieri tornando a proporre l’idea della doppia moneta, l’euro per gli scambi con l’estero e una nuova moneta interna (una nuova lira?) per gli scambi interni e per i pagamenti dello Stato italiano: «Serve una nuova moneta per riprenderci la sovranità monetaria. Conservare l’euro per le importazioni e le esportazioni e con una nuova moneta interna provvedere a tutti i pagamenti dello Stato per aiutare chi è rimasto indietro. Sono assolutamente convinto di questa soluzione». In che modo Berlusconi ha intenzione di attuare questo suo piano non è dato di saperlo ma è abbastanza certo che una doppia moneta del genere, senza uscire dall’euro, non funziona.

Berlusconi non dice che a decidere la politica monetaria è la BCE

Berluconi da parecchio tempo ha il pallino della seconda moneta da affiancare all’euro ma non ha mai spiegato bene cosa intende. Qualche tempo fa ha anche sostenuto che nei trattati internazionali non c’è alcun ostacolo alla circolazione di una doppia moneta ma questo è falso perché all’articolo 3 del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea è scritto chiaramente che l’Unione ha “competenza esclusiva” per quanto riguarda “la politica monetaria per gli Stati membri la cui moneta è l’euro“. Questo significa che riprenderci la sovranità monetaria rimanendo nell’euro (anche solo leggendo la frase si capisce quanto non abbia senso) è qualcosa che è esplicitamente vietato dai trattati visto che la politica monetaria dei singoli paesi è decisa dalla BCE. Del resto l’unica moneta che ha corso legale nel nostro paese è l’euro e quindi tutte le altre monete alternative non avrebbero un vero valore né produrrebbero un effettivo guadagno (e bisogna vedere poi chi accetterebbe, dopo essersi fatto pagare in euro le proprie merci all’estero di usare la lira in Italia). Il fatto che Berlusconi accenni al fatto che la nuova moneta possa servire per “i pagamenti dello Stato” potrebbe lasciare supporre che il leader di Forza Italia stia pensando a qualcosa come i “Certificati di Credito Fiscale”, argomento che è stato affrontato nel libro “La Battaglia contro l’Europa” da Guido Iodice e Thomas Fazi:

I certificati di credito fiscale (ccf) verrebbero emessi dal governo e sarebbero in sostanza dei crediti sulle tasse future (a due anni). [..] L’auspicio è che essi vengano percepiti come moneta e utilizzati negli scambi, perlomeno tra imprese e tra quest’ultime e lo Stato. […] Un merito della proposta è che essa riconosce esplicitamente l’impraticabilità e i rischi di un’uscita unilaterale dall’eurozona e pertanto si preoccupa di trovare una soluzione “morbida”. I problemi però sono molteplici. In primo luogo i promotori danno per scontato che l’emissione di questa quasi-moneta non violi i trattati. Ammesso che sia così, tuttavia è facilmente immaginabile che la Commissione chiami lo Stato a rispondere davanti alla Corte di giustizia europea. L’incertezza dell’esito farebbe precipitare il valore dei ccf nei confronti dell’euro, rendendo via via meno efficace il programma. Ammettendo però di superare questo scoglio, un ulteriore problema è costituito dal fatto che i ccf andrebbero conteggiati come deficit e di conseguenza sommati allo stock di debito pubblico. Anche qui, i promotori insistono che questo non rappresenta un problema, ma la Commissione potrebbe porre comunque ostacoli che minerebbero la fiducia del pubblico. […] Supponendo tuttavia di superare a pieni voti il test dell’incertezza, si pone paradossalmente il problema della possibile tesaurizzazione dei ccf. Per quanto riguarda la parte utilizzata per i trasferimenti, il pubblico potrebbe semplicemente decidere di non spenderli, ma di detenerli fino a quando potranno essere usati per pagare le imposte, peraltro l’unico momento in cui il valore dei ccf potrebbe essere considerato sicuro ed eguale a quello facciale. In tal caso, l’effetto moltiplicativo sarebbe nullo e lo Stato si troverebbe con un buco di bilancio imprevisto.

Anche anche Marine Le Pen, che ha in progetto il ritorno alla sovranità monetaria dei francesi, vuole uscire dall’euro e in un secondo momento entrare a far parte di un nuovo sistema di moneta comune (ma non unica) europea modellato sull’esempio dell’Ecu. Con una moneta comune simile all’Ecu si tornerebbe ad una situazione in cui ci sarebbero di nuovo le monete nazionali che però sarebbero in qualche modo “garantite” dalla moneta comune la cui politica monetaria però dovrebbe essere decisa non da una banca centrale comune (come è il caso della BCE) ma dalle singole banche centrali dei paesi aderenti a questo sistema monetario. Inoltre nella proposta della Le Pen la moneta comune non sarebbe una moneta reale ma una moneta virtuale utilizzata per gli scambi tra gli stati (e non, come vorrebbe Berlusconi, per le attività di import/export). Ma la proposta di Berlusconi non sta in piedi anche per altri motivi: uno di questi è che dovendo necessariamente stare dentro l’euro non sarà possibile svalutare a piacimento la nuova “moneta sovrana” per poter competere sui mercati internazionali e poter godere dei benefici (e dei problemi) connessi ad una moneta nazionale “indipendente”. Senza contare che in questo sistema inventato da Berlusconi il debito pubblico sarebbe necessariamente ancora espresso in euro. Quindi oltre a non poter funzionare dal punto di vista dei trattati la proposta di Berlusconi non funzionerebbe nemmeno dal punto di vista pratico per poter dare una boccata d’ossigeno al Paese.
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Non solo quindi l’idea di Berlusconi non piace alla Lega che chiede l’uscita dall’euro e il ritorno ad una moneta nazionale e sovrana, ma non sarebbe nemmeno utile all’Italia. Non a caso la Le Pen ha annunciato che qualora venisse eletta Presidente e riuscisse a convincere altri paesi europei a dare vita ad una moneta comune i debiti dello Stato francese verrebbero espressi nella ritrovata valuta nazionale. Una situazione vincente per la Francia, meno per le eventuali altre valute nazionali sovrane che si troveranno a giocare con la Le Pen la partita della sovranità monetaria perché come ha scritto Claudio Borghi commentando l’uscita di Berlusconi «la differenza fra i debiti in propria valuta e quelli in moneta straniera è un piccolo “non” prima delle parole “ti pago”».