Politica

Perché anche Beppe Grillo ha perso il referendum

matteo renzi beppe grillo

Per una volta i sondaggisti possono tirare un sospiro di sollievo guardando il risultato del referendum costituzionale di ieri: almeno hanno azzeccato la vittoria del No. Eppure nessuno aveva previsto una differenza così ampia, quasi 20 punti percentuali, tra i sostenitori della riforma costituzionale e l’ “accozzaglia” degli oppositori, come l’ha definita il Presidente del Consiglio dimissionario Matteo Renzi.

L’analisi della sconfitta

La narrazione renziana non prevede di poter perdere. Manca, al Pd di oggi, l’esperienza della lunga tradizione della sinistra italiana, quella dell’analisi della sconfitta, da svolgersi capillarmente in ogni sezione e cellula nei luoghi di lavoro. “Perché abbiamo perso?” si chiedevano i militanti del Pci-Pds-Ds una volta, magari senza riuscire a darsi una risposta. Ma almeno ci provavano. Invece oggi, a guardare i profili social dei renziani di ogni ordine e grado, si ode solo un fragoroso silenzio, lo stesso di Matteo Renzi ieri in conferenza stampa, che non ha neppure tentato di dare una spiegazione dell’accaduto. Un silenzio rotto solo occasionalmente da qualche pasdaran che dà la colpa al “popolo bue”, agli “ignoranti”, ai “conservatori” o che accenna all’antico “cazzi vostri io domani vado in Svizzera” che veniva spesso vergato sulle schede da chi voleva annullare il voto.

Un No populista? Anche no

Ma è difficile in questo caso parlare di ignoranza e conservazione. Nel fronte del No si ritrovavano certo i tanti “populisti” che hanno cavalcato il malcontento nei confronti del governo, ma vi erano soprattutto i maggiori costituzionalisti italiani, l’Anpi, il fior fiore dei giuristi e persino insospettabili come Lucia Annunziata. E soprattutto l’80% dei giovani che è complicato accusare di conservatorismo. Dall’altra parte invece gli “intellettuali d’area” erano in larga parte nani e ballerine, o al più qualche isolato docente di diritto costituzionale organico al renzismo, di quelli perennemente smentiti dalle sentenze della Corte Costituzionale. Le uniche personalità di rilievo politico-intellettuale schierate per il Sì sono state Cacciari, Scalfari e Prodi, i quali però hanno ammesso che la riforma proposta da Renzi non li entusiasmava. Per Cacciari era addirittura una schifezza. Ma, dicevano i tre, bisognava votare contro i populisti, fermare l’ondata che rischierebbe di travolgere l’Unione Europea e salvare Renzi dal suo stesso errore di aver personalizzato la battaglia referendaria. Una pretesa eccessiva.
referendum matteo renzi

Vincitori e vinti

La vittoria ha tanti padri e la sconfitta nessuno, si dice di solito, ma questa volta non è così. Lo stesso Matteo Renzi ha ammesso la sua personale sconfitta, di cui si è assunto le responsabilità, dimettendosi da capo del governo. Torneremo su questo aspetto. Prima però è necessario fare un elenco dei vincitori. Eccolo: Silvio Berlusconi e Massimo D’Alema. Ed ecco invece l’elenco degli sconfitti: ovviamente Matteo Renzi, Maria Elena Boschi e Giorgio Napolitano e in più Beppe Grillo e Matteo Salvini. No, non avete letto male. Soprattutto il Movimento 5 Stelle ha solo da perderci dall’esito referendario. Va da sé infatti che ora sarà assolutamente necessario cambiare la legge elettorale per allineare il sistema elettorale delle due Camere, attualmente opposti: proporzionale per il Senato (il cosiddetto “Consultellum” cioè la legge risultante dalla sentenza della Consulta che ha bocciato il Porcellum) e maggioritario a doppio turno per la Camera (l’Italicum). Se il Pd non è proprio stupido l’esisto più probabile sarà una legge di stampo proporzionale anche per la Camera, con al limite un premio di maggioranza non decisivo, e sicuramente l’abolizione del doppio turno. Berlusconi si è già espresso per il proporzionale, che gli permetterebbe di tenere a bada lo scalpitante Salvini. Con un sistema siffatto sarà molto complicato per il M5S arrivare al governo. Grillo lo sa bene e infatti ora chiede elezioni immediate con l’Italicum (fino a ieri una legge antidemocratica secondo i grillini). Ma l’Italicum è sub iudice da parte della Corte Costituzionale che potrebbe bocciarlo come ha già fatto per il Porcellum. Il capolavoro del Pd sarebbe in tal caso proporre la stessa legge elettorale proposta dal M5S contro l’Italicum. Dato però che si tratterebbe di un’idea geniale, c’è da dubitare che andrà così. In ogni caso, le chance di un governo pentastellato sono oggi più lontane di ieri ed anche per questo non vi è stato il temuto crollo delle borse e i mercati hanno per ora solo sollevato un sopracciglio.
dalema rottama sto cazzo

L’Europa e il ritorno della Seconda Repubblica

Tolti di mezzo (per un po’) i renziani, rimane campo libero ai personaggi della Seconda Repubblica: D’Alema e Berlusconi. Saranno loro a tessere la trama delle prossime settimane, se riusciranno nell’intento di varare un governo Grasso o Padoan, con l’incarico di riformare la legge elettorale e varare la legge di stabilità. Qui la strettoia si fa però impervia: è indubbio infatti che il voto contenga un segnale di malessere diffuso, soprattutto tra le nuove generazioni, riguardo il futuro economico del Paese. La disoccupazione ancora altissima, la ripresa stentatissima, la perdita di fiducia nell’Europa sono l’alimento dei partiti populisti. D’Alema e Berlusconi lo hanno capito, almeno a giudicare da ciò che dicono negli ultimi due anni, ma non è detto che siano capaci di mettere in piedi un’alternativa convincente ai populismi, dovendo per farlo necessariamente scontrarsi con l’Europa, come provava (solo a parole) a fare Renzi. Eppure questo è il momento migliore per farlo, perché l’Europa è debole ma dopo la vittoria di Trump lo sono anche gli antieuropeisti, come dimostra la sconfitta del candidato di estrema destra in Austria. Un’Italia ben guidata potrebbe essere il cuneo capace di infilarsi tra l’Ue e i populismi. Ma per farlo (speriamo di sbagliarci) i leader della Seconda Repubblica potrebbero non bastare: ci vorrebbero quelli della Prima.

Il futuro di Renzi

Matteo Renzi è un animale politico. Ha preso una batosta, è vero, ma la sua caparbietà è tale che nessuno può oggi illudersi di essersene sbarazzato definitivamente. Il pericolo maggiore in questo momento è proprio la reazione della tigre ferita: se Renzi cercherà conservare la poltrona di segretario del Pd per ostacolare la grande coalizione di transizione, il Pd rischia di incartarsi e autodistruggersi. Ma forse Renzi imparerà qualcosa dal suo errore – “I no che aiutano a crescere” si intitola un noto libro di pedagogia – e imparerà l’umiltà del confronto, abbandonando le pretese di autosufficienza e gli atteggiamenti da Frank Underwood de noantri. Se sarà così, il paese guadagnerà un valido leader neodemocristiano. Se invece Renzi non farà tesoro del suo errore, sarà ricordato come il petit Craxi che, a differenza di Bettino (anche lui asfaltato in un referendum), sarà stato solo una meteora, ma grossa e pericolosa, come quella che causò l’estinzione dei dinosauri, vale a dire, fuor di metafora, il Partito democratico.