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Un Partito così Democratico che non ha il coraggio di parlare

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Un Partito talmente Democratico che non ha il coraggio di parlare. Sabato è andata in scena l’assemblea del PD che ha confermato Maurizio Martina per il ruolo di segretario reggente in attesa delle primarie che sono virtualmente convocate per il febbraio 2019, alla vigilia delle elezioni europee. La giornata però è stata caratterizzata dall’analisi della sconfitta del 4 marzo da parte del segretario uscente Matteo Renzi, che ha elencato dieci ragioni della sconfitta e in mezzo ci ha infilato anche scelte ‘gentiloniane’ come il mancato ius soli, lo stop a voucher e vitalizi e ha criticato una campagna elettorale senza “leadership”, con “un ‘falso nueve’”, un finto centroavanti. Non lo cita, ma tutti leggono un riferimento a Gentiloni: “L’algida sobrietà non fa sognare”.

Un Partito talmente Democratico che non ha il coraggio di parlare

Dopo l’intervento di Renzi però nessuno ha avuto il coraggio di rispondere alle accuse dell’ex segretario: né Gentiloni, né Minniti, né Zingaretti, nessuno è salito sul palco per contestare l’analisi offerta dal senatore di Scandicci. Nessuno ha portato un ragionamento o un’idea in risposta a quanto detto da Renzi. Questo a causa di una vigliaccheria che pare insita oggi nella classe dirigente di un partito che ha il terrore di misurarsi con Renzi faccia a faccia. E qual è la cosa peggiore? Che il confronto poi avviene il giorno dopo sui giornali. E infatti oggi Maurizio Martina in un’intervista al Corriere difende Gentiloni e Zingaretti: “Ho trovato sbagliate e ingiuste le parole di Renzi e anzi difendo con orgoglio il lavoro del governo Gentiloni, a cominciare da Minniti sul tema migratorio. Gentiloni è una delle personalità piu’ importanti che abbiamo, un punto di riferimento e credo che anche lui voglia aiutare il Pd e il centrosinistra a riscattarsi”. E su Zingaretti? “Nicola – risponde Martina – è risorsa preziosa. Tra di noi c’è collaborazione, non competizione”.

primarie pd
I risultati delle primarie del Partito Democratico (Corriere della Sera, 9 luglio 2018)

La Stampa invece dipinge un Gentiloni furioso con Renzi e pronto ad appoggiare proprio Zingaretti al congresso in funzione anti-renziana, mentre ancora non si è concretizzata la candidatura di Graziano Delrio, che potrebbe essere lo sfidante del governatore del Lazio secondo i piani della corrente del senatore di Scandicci.

Fatto sta che la ferita inferta strappa un rapporto già logorato da mesi, produce una rottura politica che porterà dirette conseguenze. E la prima di queste è che «se aveva qualche residuo dubbio fino all’altro ieri a sostenere una candidatura antitetica come quella di Zingaretti, assai temuta da Matteo, oggi Paolo quel dubbio non lo ha più», garantisce uno dei dirigenti Pd a lui più vicini.

E se Gentiloni è disponibile «a dare una mano a Zingaretti» è anche perché l’interessato ha fatto sapere chiaramente di non ambire a una corsa doppia, per segretario Pd e candidato premier del centrosinistra, quando sarà il momento. Anzi. L’altro giorno, quando usciva dall’Ergife dopo l’assemblea dei rancori, a chi gli chiedeva se lui fosse d’accordo a separare le due cariche, come previsto dalle modifiche allo Statuto già messe in cantiere da tutte le correnti, Zingaretti rispondeva placidamente «ma sì».

Un partito di attendisti di Godot

Insomma, nei retroscena e nelle interviste Gentiloni e le altre personalità del partito sono furiose con Renzi e pronte a difendersi e a difendere le proprie ragioni. L’altroieri durante l’assemblea tutti questi stavano zitti e muti di fronte al senatore di Scandicci che li attaccava. Forse in nome di un’alta strategia politica i cui contorni e dettagli saranno chiari man mano che la matassa si dipanerà. Più probabilmente perché non c’è alcuna certezza riguardo le candidature e l’eventuale vittoria alle prossime primarie, e nel partito anche chi è contro è terrorizzato dal fatto che Renzi possa rivincere di nuovo le primarie, magari con un suo candidato, lasciando gli altri di nuovo – e stavolta ufficialmente – all’opposizione.

pd gentiloni renzi

Ecco perché c’è così tanta lontananza dai toni usati nei retroscena e quello che è ben visibile e sotto gli occhi di tutti. Ecco perché Renzi può sfotterli con un “Ci vediamo al congresso e perderete anche stavolta!“: perché la strategia fondamentale della cosiddetta nuova leadership che sta nascendo sembra quella di volersi prendere il partito senza che Renzi se ne accorga o senza che lui si arrabbi troppo. Il che, concorderete, fa già abbastanza ridere così.

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