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PD, Dylan Dog Martina indaga l’incubo del Partito Ibernato

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“A 120 giorni dalla disfatta del 4 marzo, ieri il Pd ha deciso che gliene occorrono altri 240 per eleggere – con tutto il rispetto per il coraggio di Martina – un segretario vero”: l’incipit dell’articolo di Federico Geremicca sulla Stampa fotografa perfettamente la situazione sempre più paradossale in cui il Partito Democratico si è infilato ieri eleggendo segretario senza primarie Maurizio Martina, che per l’occasione ha sfoggiato un look che lo avvicinava molto all’indagatore dell’incubo Dylan Dog.

PD, Dylan Dog Martina indaga l’incubo del Partito Ibernato

Il prossimo, lo eleggeranno primarie da tenersi prima delle elezioni europee, forse il 24 febbraio 2019.  Questo è l’accordo raggiunto dalle diverse tribù che stanno facendo del Pd un luogo politico inutile, quando non addirittura inospitale, spiega ancora La Stampa che oggi dipinge un partito intrappolato nella sfida dei leader tra potere formale e forza sostanziale:

Il potere è attribuito – in maniera troppo unitaria per esser vera – a Maurizio Martina; la forza è quella che resta nelle mani di Matteo Renzi: al quale non la generosità, ma il senso di responsabilità, avrebbe dovuto consigliare già da tempo una non equivoca uscita di scena. L’ex premier, invece, è sempre lì, tagliente, provocatorio e inossidabile alle critiche: in attesa, evidentemente, di decidere cosa fare.

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Da: Twitter

E così, mentre nei saloni dell’Ergife si litiga e ci si minaccia, torna alla mente la solita, dolente invettiva: mentre a Roma si discute, Sagunto è espugnata. E definire Sagunto, ormai non è difficile: Siena, Pisa o Ivrea, dopo Torino, Roma, la Liguria, la Sicilia… Una disfatta, col nemico impietosamente ad inseguire le truppe in fuga.

Martina viene eletto segretario da una platea non gremita (lo stesso Renzi è assente), con 7 no e 13 astenuti. Entro l’anno una nuova assemblea indirà il congresso “in vista delle europee”. Intanto si terranno congressi locali e a ottobre a Milano ci sarà un forum programmatico. Una commissione valuterà modifiche statutarie (anche sulle regole del congresso). L’area Emiliano non vota questo percorso: la formula è tanto vaga – denunciano – da rendere possibile un rinvio.

Il Partito di Renzi è vivo e lotta insieme a voi

Ieri però è stato il giorno finalmente dedicato da Matteo Renzi all’analisi della sconfitta. E il senatore di Scandicci non ha avuto dubbi nell’elencare i colpevoli della batosta del 4 marzo e di quella delle amministrative di giugno: elenca dieci ragioni della sconfitta e in mezzo ci infila scelte ‘gentiloniane’ come il mancato ius soli, lo stop a voucher e vitalizi. Ammette di aver “rottamato poco” e critica una campagna elettorale senza “leadership”, con “un ‘falso nueve'”, un finto centroavanti. Non lo cita, ma tutti leggono un riferimento a Gentiloni: “L’algida sobrietà non fa sognare”. “Avete attaccato il Matteo sbagliato!”, si scalda, accusando intellettuali e la minoranza che lo contesta. Qualcuno urla il nome di Ignazio Marino e Renzi nega di essere stato il regista della sua caduta (in effetti è stato Orfini). Poi alza i toni. “State segando il ramo su cui sedete”. “Avete picchiato l’argine ai populisti”. “Mi hanno mostrificato sul web e dai dirigenti non ho avuto solidarietà”.

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Da: Twitter

. Viene contestato dalla minoranza e si scalda: “Ci rivedremo al congresso e lo riperderete!”. Attacca Paolo Gentiloni, con cui i rapporti sono assai freddi, e ingaggia il primo scontro col candidato in pectore Nicola Zingaretti. “Non si può rifare un simil Pds o l’Unione”, accusa il senatore. “Non ascolta mai, un enorme limite per un leader”, replica puntuto il governatore. La fotografia della giornata è nell’immagine della standing ovation di una parte dell’assemblea Pd alla fine dell’intervento di Renzi. Tra chi resta seduto, in prima fila, ci sono Gentiloni e Marco Minniti, seri in volto, che accennano un applauso. L’ex premier ascolta Renzi e Martina, poi va via senza parlare.

Il futuro è di Delrio contro Zingaretti?

E che succederà il 24 febbraio 2010? Di sicuro Nicola Zingaretti si candiderà alla guida del partito con una piattaforma evidentemente alternativa al renzismo e magari con l’appoggio di Maurizio Martina che potrebbe tornare a fare il vice di qualcuno, ovvero del governatore del Lazio. Oppure potrebbe presentare anche la sua candidatura e fare da terzo incomodo nello scontro tra renziani e zingarettiani che si profila come la sfida più importante per il futuro del Partito Democratico. Il problema però sarà trovare un candidato che rappresenti le molte anime renziani. Maria Teresa Meli, informatissima sulla corrente del senatore di Scandicci, racconta che il candidato alternativo è ancora da trovare.

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Da: Twitter

Ma hanno anche in testa un’idea vincente: quella di giocare la carta Graziano Delrio: «Con lui vinceremmo, perché è più conosciuto sia al Nord che al Sud del governatore del Lazio», dicono. Anche se lui proprio l’altroieri ha smentito di essere interessato al ruolo di candidato renziano a segretario del Partito Democratico:

Renzi è convinto che alla fine il capogruppo si convincerà. I candidati in ballo comunque sono tanti, anche se nessuno convince pienamente i sostenitori dell’ex segretario: Stefano Bonaccini, Teresa Bellanova (che dovrebbe diventare vice di Martina), Ivan Scalfarotto, Debora Serracchiani, Matteo Richetti e Marianna Madia. E sotto sotto i renziani sperano che il congresso slitti e non escludono che Matteo si ricandidi.

Il Partito Ibernato

E in effetti la sfida finale sarebbe molto più concreta se ci fosse direttamente Matteo Renzi a candidarsi contro Nicola Zingaretti. Perché questo contribuirebbe da una parte a fare chiarezza e dall’altra a concludere per sempre un’era, quella del Partito Ibernato (definizione di Claudio Tito su Repubblica) in cui Renzi esercita il potere senza comparire (come nella scelta dei capigruppo) e il resto del partito gli fa la guerra senza nominarlo. Un copione che è andato in scena anche ieri in seguito all’intervento del senatore di Scandicci:

Dopo Renzi, tutti gli altri sono banalmente rimasti in silenzio. Non ha parlato Gentiloni, non ha parlato Minniti, non ha parlato Franceschini. Zingaretti si è rifugiato in un ambiguo «sono in campo». Le leadership però si sfidano e si conquistano. Ci si candida. Non è più il tempo della cooptazione. Non c’è più il Pci e non ci sono nemmeno i Ds. Le linee di comando si strappano e non si ereditano.

 

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Questo spazio di impaurito immobilismo riconosce indirettamente la leadership renziana. Così si determina questa strana convergenza in cui l’ex segretario prende tempo perché non sa cosa fare e non sa chi mettere al suo posto nella corsa al Nazareno. Gli altri rinviano nella speranza che arrivi un Godot che metta fine alla storia recente.

Il Pd preferisce ibernarsi in attesa di un avvenire. Ma in politica il coraggio è fondamentale. Senza, si scompare.

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