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Paolo Gentiloni premier e il cavallo di Caligola

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Caligola nominò senatore il suo cavallo per denigrare l’istituzione. Più modestamente, Matteo Renzi sceglie invece Paolo Gentiloni, il quale l’ultima volta che si è candidato a qualcosa è arrivato addirittura terzo alle primarie di Roma, battuto da Ignazio Marino e David Sassoli, come suo successore a Palazzo Chigi. E così ieri, dopo aver digerito la sconfitta più dura (quella al torneo di Playstation del giorno prima), Renzi, che aveva mollato tutto durante le consultazioni, è tornato per ricordare a tutti cos’è cos’è che fa andare la filanda. E così la soluzione alla crisi politica pare ormai ristretta a due possibilità: un reincarico a Renzi o l’approdo di Gentiloni a Palazzo Chigi, con Pier Carlo Padoan e Graziano Delrio come carte di riserva.

Paolo Gentiloni premier

Di certo così le elezioni si allontanano, com’era prevedibile, visto che un governo in carica e nei suoi pieni poteri con la missione di fare la legge elettorale oltre che di sbrigare gli affari interni più scottanti (il Monte dei Paschi di Siena) e gli appuntamenti internazionali. Gentiloni non verrà ovviamente sostenuto dagli altri partiti, anche se Renzi aveva detto che avrebbe accettato un nuovo governo invece delle urne se non fosse stato appoggiato dalle altre forze politiche. Anche questa era una balla e lo si capiva sin dall’inizio ma è diventato certo con la scelta di mandare a Palazzo Chigi un suo fedelissimo (Gentiloni) ma non troppo bravo (Delrio) visto che altrimenti avrebbe rischiato di essere oscurato. La soluzione fa non felice ma felicissimo Luca Lotti insieme al Giglio Magico, che adesso ha una grossa chance di rimanere alla presidenza del Consiglio come sottosegretario, non smantellando nemmeno lo staff che ha portato il governo Renzi ai trionfi elettorali di questi ultimi due anni. Garanzia di qualità. Last but not least, la soluzione permetterebbe anche di “preservare gli equilibri delicati e strategici delle partecipate di Stato, da Eni a a Finmeccanica, sino ad Enel: per moltissime aziende i vertici scadono in primavera, in questo modo potrebbero essere riconfermati o cambiati con una supervisione dell’ex premier”, come ricorda oggi il Corriere della Sera.

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Le tappe per le elezioni (Corriere della Sera, 10 dicembre 2016)

Ieri a Otto e 1/2 Paolo Mieli metteva in guardia Renzi dal pericolo di ascoltare i consigli di chi aveva molto da perdere (ovvero, tutto il potere guadagnato con una nomina) dall’ipotesi di fare finta di nulla. E proprio Francesco Verderami sul Corriere ci racconta che il Talleyrand di Renzi alla fine ha mandato giù il boccone amaro di Gentiloni nonostante la sua idea fosse quella di lasciare tutto com’è, con Renzi a Palazzo Chigi per tre mesi e le elezioni subito:

Lotti è stato l’uomo del «me la vedo io», «aggiusto io», e soprattutto del «con Matteo ci parlo io». In un sistema di check and balance si è occupato dei servizi nonostante quel ruolo sia di Minniti, si è interessato di infrastrutture nonostante lì ci sia Delrio, ha disbrigato nel partito nonostante lì ci sia Guerini, e si è occupato di banche perché ritiene che lì non ci sia nessuno. Se resterà a Palazzo Chigi senza Renzi, è perché di Renzi rappresenta l’essenza. Il leader, che voleva occuparsi di tutto, non riuscendoci si era fatto trino: a Lotti aveva affidato la gestione degli affari di governo, alla Boschi il ruolo di ambasciatrice del governo. Ruolo che lascerà, perché le riforme non ci sono più. E non c’è più neanche il governo.
All’indomani del voto referendario, mentre Lotti spingeva per «ripartire dal 40%», lei aveva chiaramente capito ciò che Casini le avrebbe ribadito: «Cara Maria Elena, dovete scegliere quale boccone amaro mandar giù. Riprendervi l’incarico o indicare a Mattarella il nome di un altro presidente del Consiglio. Tre mesi lì, come niente fosse, Matteo non può restarci». Mille giorni e cento passi dopo, Lotti si è rassegnato all’idea che Renzi doveva scegliere il danno minore: lasciare Palazzo Chigi a Gentiloni, con la consapevolezza che si aprirà una fase difficile nel partito. Perché sarà pur vero che nel Pd ci sono molti politici e nessun leader, ma sono proprio la loro capacità di manovra e la vischiosità del correntismo il maggior pericolo per il segretario che da lunedì non sarà più premier.

Il governo Gentiloni che tremare il mondo fa

Il governo Gentiloni dovrà però rinunciare, probabilmente senza troppo dolore, a molte delle punte di diamante (si fa per dire) dell’esecutivo Renzi. Maria Elena Boschi è già fuori ed è inutile sottolinearne i motivi. Stessa sorte per Stefania Giannini e Giuliano Poletti oltre che per Beatrice Lorenzin. Tommaso Ciriaco su Repubblica segnala che invece resteranno in sella i capicorrente dem Dario Franceschini ed Andrea Orlando, al pari di ministri di peso come Angelino Alfano agli Interni e Pier Carlo Padoan all’Economia. «Al posto di Poletti, il nuovo premier potrebbe promuovere Teresa Bellanova, già viceministro allo Sviluppo con un passato da giovane sindacalista dei braccianti pugliesi. Un segnale politico, dopo la frattura referendaria con il Sud e il mondo del lavoro», segnala ancora Repubblica.
gentiloni libero
Il governo Gentiloni dovrà risolvere la grana MPS e tutti i dossier più scottanti lasciati sul tavolo da Renzi. Intanto il segretario convocherà il congresso del partito e si riprenderà (si fa per dire, visto che non l’ha mai persa) la leadership. Il voto, a giugno o giù di lì, costituirà la sua chance di vincere e riprendersi “tutto quello che sente suo” (semicit.). Intanto da aprile la BCE rallenterà il Quantitative Easing e gli effetti si faranno sentire. Ma questo sarà un problema del nuovo governo.