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"Freddo in casa e i frigoriferi vuoti", il caso Medvedev e le ingerenze russe sul voto italiano

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Dmitri Medvedev Silvio Berlusconi Mario Draghi Telegram

Non è nuovo a uscite di questo tipo, questa volta – però – senza minacce dirette all’Occidente. Dmitri Medvedev torna a far sentire la propria voce, attraverso il suo canale Telegram, rivolgendo un appello agli elettori dei Paesi europei che nel corso dei prossimi mesi saranno chiamati a esprimere il proprio voto nelle urne elettorali per scegliere le proprie guide politiche. In questo pacchetto di mischia c’è anche l’Italia, visto che le elezioni sono imminenti, ma anche Londra (dopo le dimissioni di Boris Johnson bisognerà vedere se i Conservatori riusciranno a trovare una quadra interna). Parole che hanno fatto subito scattare l’allarme sulle ingerenze russe.

Medvedev, l’allarme influenza russa sulle elezioni italiane

Parole precise che vogliono colpire bersagli imprecisati, ma ovviamente più che evidenti. L’ex primo ministro russo, uomo molto vicino a Vladimir Putin, ha infatti scritto:

“Vorremmo vedere i cittadini europei non solo esprimere il malcontento per le azioni dei loro governi, ma anche dire qualcosa di più coerente. Ad esempio, che li chiamino a rendere conto, punendoli per la loro evidente stupidità. I voti degli elettori sono una potente leva di influenza. Naturalmente, noi vogliamo una cooperazione pacifica, commercio, scambi e altre cose che sono normali. Non ci chiudiamo a nessuno, sosteniamo qualsiasi proposta ragionevole. Se il prezzo della democrazia è il freddo in casa e i frigoriferi vuoti, tale democrazia è per dei pazzi”.

Medvedev, dunque, si auspica che i cittadini chiamati al voto (quindi anche gli italiani) “puniscano i governi”. In particolar modo quelli dei Paesi che hanno approvato i vari pacchetti di sanzioni contro la Russia. E tra i Paesi al voto, ci sono Italia e Stati Uniti (con le mid-term del prossimo 8 novembre). E sullo sfondo c’è anche la Gran Bretagna, con la situazione interna deflagrata dopo le dimissioni di Boris Johnson e la maggioranza al governo che scricchiola e tenta di trovare una quadra per non sciogliere il parlamento e arrivare fino alla fine della legislatura (nel 2024).

Insomma, Paesi fondamentali con ruoli e scadenze differenti. E Medvedev si appella agli elettori, tentando di fare leva sulla fascinazione (parziale e non, fortunatamente, collettiva) generale. E dall’Italia sono arrivate immediatamente le prime risposte. Il primo a rispondere all’ex primo ministro russo è stato Luigi Di Maio, anche in funzione del suo ruolo di Ministro degli Esteri:

“Medvedev interviene nuovamente a gamba tesa su questioni di politica interna, questa volta dando anche un’indicazione di voto. Le forze politiche italiane prendano le distanze in maniera netta”.

E mentre il PD chiede con fermezza alla Lega di cancellare l’accordo firmato con Russia Unita – il partito di riferimento di Putin – siglato nel 2017, Salvini prova a buttare tutta la situazione sull’ironia. Come riporta La Stampa, infatti, il segretario del Carroccio ha ridimensionato il pericolo di ingerenze russe in vista del voto del 25 settembre:

“Non mi interessano gli insulti del Pd. Voteranno gli italiani e non russi, cinesi ed eschimesi. All’estero possono dire quello che vogliono, non mi interessa fare polemica col resto del mondo”.

Insomma, le classiche spallucce davanti a un pericolo.

Il vaticinio di Putin

Come riporta il quotidiano La Repubblica, nel mese di giugno Vladimir Putin aveva fatto una “previsione” che poi, guardandola con gli occhi degli ultimi accadimenti politici (e non solo in Italia) si è rivelata un vero e proprio vaticinio in merito al destino di quei Paesi che si sono schierati contro la Russia in difesa dell’Ucraina. Decisione che avrebbero portato

“a un’ondata di populismo e crescita di movimenti estremi e radicali, a gravi cambiamenti socio-economici, al degrado e, nel prossimo futuro, a un cambiamento delle élite”.

Una previsione diventata realtà. Non solo nel Regno Unito con le dimissioni di Johnson, ma anche in Italia per via del passo indietro di Mario Draghi dopo che – nell’ordine – MoVimento 5 Stelle, Forza Italia e Lega non hanno votato la fiducia al governo in essere. Perché Mosca, come spiega Gianluca Di Feo su La Repubblica, farebbe molto comodo avere degli interlocutori “amici” a Roma. Insomma, qualunque persona contraria alle sanzioni (quelle comminate dall’Unione Europea nei suoi diversi pacchetti) e più incline a non fornire supporto militare all’Ucraina.

(foto IPP/imagostock)