Opinioni

Quelle medaglie alle Paralimpiadi che valgono meno delle olimpiche

Abbiamo esultato tutti per l’oro di Jacobs e Tamberi, ma anche per tutte le altre medaglie conquistate dall’Italia durante le Olimpiadi di Tokyo. Medaglie preziose dal valore inestimabile: un insieme di sacrifici, impegno, fatica e dedizione. Ma sono valse anche un bel po’ di denaro, per la precisione circa 180.000 euro l’oro, 90.000 l’argento e 60.000 il bronzo. Non male, considerato che gli sponsor portano ulteriori introiti agli atleti. Abbastanza da stare tranquilli per un po’ e potersi permettere un allenamento a tempo pieno per qualche anno, in vista degli obiettivi futuri e di, si spera, nuovi successi.

Ma abbiamo esultato in egual modo anche per l’oro di Bebe Vio, di Ambra Sabatini o Antonio Fantin (e il suo record del mondo), e delle altre medaglie portate a casa dagli azzurri con disabilità, per la precisione 69: 14 ori, 29 argenti e 26 bronzi. E se non le conoscevate tutte, è forse perché la copertura televisiva di questi giochi è stata, anche quest’anno, molto ridotta rispetto a quella dell’evento “maggiore” (grazie per l’impegno a mamma RAI e alla telecronaca dell’amico, bravissimo, Claudio Arrigoni, ma dov’è finita la visione h24 dei canali a pagamento?).

podio italia 100 metri paralimpiadi

Ecco, scommetto che, oltre ai minori riflettori puntati su quest’ultime gare (ultime, non a caso, in ordine cronologico), c’è un’altra cosa che alcuni di voi non sapranno, perciò ve la racconto con non poca amarezza in bocca. Si tratta della discriminazione nemmeno troppo nascosta riguardo il valore della vittoria. Sì, perché l’oro di un o di un’atleta paralimpic* vale 75.000 euro, mentre l’argento 40.000 e 25.000 il terzo posto sul podio. Esatto, meno della metà rispetto ai rispettivi premi degli atleti normodotati, a parità di fatica e sacrifici, di allenamento e di doti.

Com’è possibile che ancora oggi venga attuata una simile differenza? Che una manifestazione, che dovrebbe servire proprio ad abbattere stereotipi e pregiudizi, facendo entrare nelle case dei cittadini la disabilità per “normalizzarla” e far capire che, alla fine, i veri limiti sono spesso solo nella nostra testa, sia poi la prima a evidenziare differenze, sminuendo i disabili fino a screditarne il riconoscimento finale? Fino a dimezzarne il traguardo?

Stiamo parlando di “persone”, persone come tutte le altre, che hanno ugualmente portato in alto il valore dell’Italia attraverso lo sport. Discipline che, tra l’altro, non godono degli stessi benefici di quelle degli sportivi normodotati, quasi sempre finanziate e sponsorizzate in proporzioni decisamente maggiori. Basti pensare che non tutte le province sono ancora oggi coperte da squadre composte da atleti con disabilità (ad esempio, negli ultimi tornei toscani di “baskin”, il basket inclusivo, sono state solo quattro le squadre che vi hanno partecipato). E così, agli sforzi quotidiani classici, si aggiunge anche la scomoda fatica di fare chilometri di strada per poter andare ad allenarsi.

Mi chiedo se riusciremo mai ad andare oltre, trattando tutti allo stesso modo dimenticandoci, per un attimo, sedie a rotelle, protesi o difficoltà sensoriali. Quando verranno equiparati il mercato delle Olimpiadi e quello delle Paralimpiadi, e tutto il business che vi gira intorno? Ma soprattutto, vogliamo capire che l’ “inspiration porn”, ovvero l’eroificazione gratuita delle persone con disabilità per il solo fatto che si siano alzate dal letto la mattina e vivano come tutti, oltre a non servire a nulla alimenta soltanto pietismo e compassione deleteri per l’inclusione? Tutto ciò che occorre davvero sono fatti, non pacche sulla spalla e tantomeno carezzine sulla testa. E i fatti, piaccia o meno, alcune volte si misurano anche con i soldi. Quando sono meritati.