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Mattarella, l'Italicum e il referendum

L’Italicum è stato approvato ieri alla Camera ed è partita la caccia al presidente della Repubblica. La firma di Sergio Mattarella diventa decisiva (e c’è chi pensa che potrebbe arrivare già oggi), e Ferruccio De Bortoli ha già chiesto al presidente della Repubblica di negarla. Ma, come vedremo, l’ipotesi che Mattarella si metta di traverso per ora appare remota.
 
MATTARELLA, L’ITALICUM E IL REFERENDUM
Marzio Breda sul Corriere di oggi spiega che la ratifica dipende da ipotesi di palese incostituzionalità, che nel caso dell’Italicum è difficile identificare: i requisiti indispensabili della Consulta nella sentenza che bocciava il Porcellum, sostiene Breda, sono rispettati:

Un raffronto che dovrebbe dunque legare le mani al capo dello Stato, deludendo chi nelle ultime settimane ha tentato di fare sponda su di lui, la minoranza pd anzitutto. Nell’Italicum, comunque, ci sono almeno un paio di punti «politicamente critici», con potenziali ricadute che potrebbero indurre il presidente a qualche approfondimento in più e magari ad alcune osservazioni, che potrebbe rendere pubbliche o in coda alla legge stessa (sulla scia della prassi inaugurata da Napolitano e ormai accettata) o attraverso un’esternazione ad hoc.
Eccoli: 1) la cosiddetta clausola di salvaguardia, che subordina e rende efficace la norma a partire dalla riforma delle Camere; 2) il bipartitismo perfetto cui di fatto si ambisce e che cadrebbe in un quadro politico nel quale uno dei due contendenti (il centrodestra) è in condizioni di grande debolezza. Ora, posto che ciò possa spingere a un utile e semplificatorio rassemblement, non va trascurata la coincidenza che intanto crescono le forze.

Francesco Bei su Repubblica è ancora più specifico:

Premio di maggioranza eccessivo? Peggio della legge Acerbo di Mussolini? Per Mattarella le cose non stanno così. Tanto che la Corte costituzionale, nel bocciare il premio di maggioranza previsto dal Porcellum perché «foriero di una eccessiva sovra-rappresentazione», aggiungeva che l’incostituzionalità derivava dal non aver previsto «il raggiungimento di una soglia minima di voti alla lista» vincente. E quella soglia del 40 per cento dell’Italicum, al di sotto della quale è obbligatorio uno “spareggio” fra le prime due liste, serve proprio a scongiurare quel pericolo.
Quanto alle liste bloccate, i giudici costituzionali le cassarono solo perché troppo lunghe, «tali da alterare per l’intero complesso dei parlamentari il rapporto di rappresentanza tra elettori ed eletti», non come in altri sistemi elettorali «caratterizzati da liste bloccate solo per una parte dei seggi, né con altri nei quali il numero dei candidati da eleggere sia talmente esiguo da garantire l’effettiva conoscibilità degli stessi». Una condizione che sarebbe raggiunta dall’Italicum con le “liste corte” di 4-6 nomi.

italicum come funziona
Come funziona l’Italicum (Corriere della Sera, 17 aprile 2015)

L’IPOTESI REFERENDUM
Ma ci sono ancora due ostacoli nella strada dell’Italicum. Fabio Martini sulla Stampa ventila l’ipotesi di un ricorso alla Corte Costituzionale, che sta diventando sempre più la Terza Camera dello Stato:

Davanti allo sciopero generale di tutti i sindacati della scuola previsto per oggi, il premier ha iniziato una “ritirata”tattica e soltanto nelle prossime ore calibrerà dove concedere e dove tenere nel provvedimento sulla buona scuola in discussione in Parlamento. E presto deciderà cosa cambiare della riforma istituzionale. Ma in queste ore per la prima volta è venuto in superficie una nuova questione di prima grandezza, da affrontare e da risolvere con la massima delicatezza. La recente sentenza della Corte Costituzionale sulle pensioni ha proposto il tema della Consulta come “terza Camera”.
Una terminologia che a Palazzo Chigi si guardano bene dall’usare ma che rischia di riproporsi clamorosamente per l’Italicum, Tra le prerogative del futuro “Senato” c’è anche, su richiesta da parte dei “senatori”, la possibilità di investire la Corte Costituzionale per un esame retroattivo delle leggi elettorali. Dunque anche dell’Italicum. Ecco perché a palazzo Chigi cominciano a valutare con la massima attenzione l’elezione di ben tre giudici (su 15) della Consulta, in programma fra due mesi. In quella occasione, con il consueto quorum qualificato, bisognerà sostituire due giudici di “destra” e uno di “sinistra”, ma dati i rapporti di forza si potrebbe arrivare ad una tripartizione. Una partita, quella di una Consulta non ostile, che Renzi vuole giocare senza scoprirsi ma con determinazione.

L’altro ostacolo è quello del referendum, sul quale però già ieri si registravano molte frenate in seno al Partito Democratico. E che Gaetano Azzariti, in un’intervista a Repubblica di oggi, giudica una strada difficile:

«Non è facile individuare le parti da sottoporre a questa procedura. La giurisprudenza costituzionale impone che l’abrogazione di una legge elettorale non comporti la “paralisi di funzionamento”. Ciò significa che si possa votare con una legge in vigore».
L’Italicum è un fortino inattaccabile?
«No, questo è troppo. È vero però che bisognerebbe utilizzare una sofisticata tecnica di ritaglio in grado di cancellare le numerose criticità costituzionali della legge e al contempo proporre un nuovo sistema elettorale subito applicabile».
Non si può immaginare un referendum. Ma c’è chi ci sta pensando. La giudica una strada che sbatte sulla Consulta?
«Una legge fortemente incostituzionale costringe a cercare tutte le strade per approdare alla Corte. Quella del referendum è forse il sentiero più impervio, ma altre vie sono perseguibili e saranno perseguite».