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Mario Castagnacci e Paolo Palmisani: chi sono i due indagati per l'omicidio di Emanuele Morganti

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Primi arresti per l’omicidio di Emanuele Morganti, il ragazzo vittima di un brutale pestaggio da parte del branco fuori dal Circolo Arci Mirò Music Club di Alatri nella notte tra venerdì 24 e sabato 25 marzo. I loro nomi sono Mario Castagnacci e Paolo Palmisani, due fratellastri anche loro originari di Alatri che sono stati arrestati a Roma, nell’abitazione di una parente, dove i due si erano rifugiati già nella mattina di sabato per paura delle ritorsioni e delle conseguenze. In relazione alla morte di Morganti, avvenuta dopo 36 ore di agonia sarebbero indagate a vario titolo anche altre sette persone per i reati di omicidio, rissa e detenzione e porto di strumenti atti a offendere

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Il luogo dove è avvenuto il pestaggio di Emanuele Morganti

Di cosa sono accusati Mario Castagnacci e Paolo Palmisani

I fermi sono stati eseguiti nella notte di lunedì 27 marzo dopo che gli inquirenti sono riusciti a risalire all’identità dei due grazie alle immagini registrate dalle telecamere installate nella zona dove Morganti è stato aggredito. A Castagnacci e Palmisani è contestato il reato di omicidio volontario con l’aggravante dei futili motivi. Nell’inchiesta sarebbe coinvolto anche il padre dei due: il ruolo dell’uomo nella vicenda viene ora valutato dagli investigatori. Sembra che anch’egli fosse sul posto al momento dell’aggressione ad Emanuele, preso a pugni e calci e infine colpito alla testa con un oggetto di metallo (c’è chi dice un pezzo di ferro, una chiave inglese o un crick) che ha causato una frattura cranica che sarebbe la causa della morte del ragazzo. I due fermati secondo gli inquirenti sono gli autori dell’aggressione letale che ha causato le lesioni al capo mortali e sarebbero quindi intervenuti nella fase finale della rissa. Gli inquirenti stanno anche indagando su una presunta spedizione punitiva organizzata da alcuni amici del ragazzo ucciso nei confronti dei due arrestati e delle altre persone coinvolte nella rissa. È stato invece chiarito il movente che ha fatto scatenare la furia omicida del branco; il Procuratore Capo di Frosinone Giuseppe De Falco nel corso di una conferenza stampa nel Comando provinciale dei carabinieri di Frosinone ha parlato di una vicenda di una gravità spaventosa «perché per motivi banali, una lite di una bevanda, si è arrivati alla morte di un ragazzo innocente e perbene. Tutto nato da un diverbio in discoteca non con un ragazzo albanese», le persone coinvolte sarebbero per ora tutte italiane. Emanuele avrebbe preso per errore un drink che invece era di un’altra persona che avrebbe reagito in malo modo. Quella persona però non avrebbe partecipato alla rissa che è scaturita dal diverbio. Non è chiaro al momento se le due persone arrestate questa mattina conoscessero il ragazzo protagonista del primo diverbio con Emanuele. La dinamica dell’aggressione, ricostruita dagli inquirenti, si sarebbe svolta in più fasi con diverse persone che hanno aggredito Emanuele in momenti e luoghi diversi “con modalità diverse ed intensità diverse”. Dopo la prima aggressione Emanuele ha cercato di allontanarsi ed è stato seguito da alcune persone, poi è ritornato per prendere la ragazza ed è stato nuovamente aggredito. Non sono stati rinvenuti al momento oggetti contundenti, nella fattispecie un manganello e un tubolare, che da alcune testimonianze raccolte dagli inquirenti sembra siano stati utilizzati nell’aggressione. Il Procuratore De Falco durante la conferenza stampa ha sottolineato che le due persone fermate «gravitano in ambienti delinquenziali, e non escludiamo che abbiano inteso affermare una propria capacità di controllo del territorio, e stiamo verificando se il comportamento violento sia stato determinato anche da abuso di alcool e sostanze stupefacenti». I Carabinieri e la Procura di Frosinone stanno continuando gli accertamenti per chiarire l’esatta dinamica dell’accaduto e sono attualmente ancora al vaglio degli inquirenti le testimonianze delle persone presenti all’interno e all’esterno del locale durante l’aggressione ad Emanuele. Il Procuratore De Falco si è rivolto ai giovani concittadini di Emanuele dicendo di avere fiducia nell’operato della giustizia.
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Il popolo di Facebook vuole giustizia immediata

Durante la conferenza stampa i Carabinieri hanno detto di non avere notizia di gruppi di persone che si starebbero organizzando per spedizioni punitive. Nel frattempo però sui social la reazione degli utenti è univoca, in molti scrivono parole d’odio nei confronti dei due presunti assassini promettendo vendetta per la morte di Emanuele. Si tratta di una dinamica già vista che – pur non avendo per ora alcun corrispondente reale – non può non far venire alla mente il clima che si è vissuto qualche mese fa a Vasto dopo la morte (in un incidente stradale) di Roberta Smargiassi moglie di Fabio Di Lello che dopo qualche mese ha deciso di farsi giustizia da solo uccidendo Italo D’Elisa, il ragazzo che aveva investito Roberta.
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Il tribunale popolare, fomentato anche da alcune pagine Facebook dove sono state postate le foto dei due arrestati tratte dai loro profili Facebook, ha già deciso che i due presunti assassini non hanno diritto al processo e vogliono che sia la piazza a decidere. Certo, sono solo commenti di odio e di rabbia lasciati sui social da persone estranee alla vicenda ma è proprio questo genere di mentalità che esaspera il clima e porta qualcuno alla convinzione che la macchina della giustizia non sia sufficientemente rapida o sufficientemente efficacie per assicurare che i colpevoli ricevano la giusta punizione. Per queste persone, che hanno già emesso la sentenza prima ancora che sia iniziato il processo e che gli inquirenti abbiano interrogato le due persone arrestate, il carcere non è abbastanza: servono nuovi dispositivi di tortura, supplizi spettacolari cui assistere per placare la propria sete di vendetta.
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Questo genere di commenti non sono solo il semplice sfogo di persone arrabbiate o sconvolte dall’accaduto. Alimentano invece direttamente il clima di odio che avvelena la convivenza civile. A Vasto per mesi un’intera città è stata spinta ad odiare Italo D’Elisa nella convinzione che i magistrati non avessero nessuna voglia di assicurare il colpevole alla giustizia quando in realtà il processo stava per iniziare. Ed è proprio per quel motivo che il marito della donna ha preso la pistola e ha ucciso D’Elisa, perché non sopportava l’idea che la giustizia si fosse dimenticata di Roberta. Non c’è dubbio che Mario Castagnacci e Paolo Palmisani una volta riconosciuti colpevoli verranno condannati a scontare la pena in carcere, perché così funziona il nostro sistema giudiziario che non prevede la pena di morte, la tortura e la possibilità per i singoli cittadini di farsi giustizia da soli.