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Il tribunale popolare di Facebook ha sete di sangue per l'omicidio di Vasto

omicidio vasto incidente fabio di lello

Ieri a Vasto Fabio Di Lello, 36 anni, ha ucciso con tre colpi di pistola –  due all’addome, uno al collo – Italo D’Elisa, un ragazzo di 22 anni colpevole di aver provocato un incidente stradale nel quale aveva perso la vita Roberta Smargiassi, moglie di Di Lello. L’incidente è avvenuto la sera del primo luglio 2016 all’incrocio tra corso Mazzini e via Giulio Cesare a Vasto quando D’Elisa sopo essere passato con il rosso ha travolto la donna che stava attraversando l’incrocio a bordo del suo scooter. Fabio Di Lello non si era mai dato pace per la morte della moglie e per il fatto che Italo D’Elisa – accusato di omicidio stradale – fosse ancora a piede libero.

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Il profilo Facebook di Di Lello con la foto della moglie Roberta e un frame del film Il Gladiatore

L’incidente che ha innescato la vendetta di Fabio Di Lello

Dopo aver portato a termine la sua vendetta e prima di costituirsi ai Carabinieri Di Lello si è recato al cimitero dove riposa la moglie e ha lasciato la pistola – regolarmente detenuta – sulla tomba all’interno di una busta di plastica. C’è da dire che D’Elisa non era un pirata della strada: dopo l’incidente pur essendo anch’egli ferito aveva chiamato subito il 118 e non era infatti accusato di omissione di soccorso. Nemmeno si può imputare alla giustizia di aver proceduto troppo lentamente o di essersi dimenticata del caso: le indagini della Procura di Vasto si sono concluse da poco, era stata presentata la richiesta di rinvio a giudizio e il 21 febbraio era stata fissata l’udienza preliminare. D’Elisa non era in prigione per il semplice motivo che – come ha spiegato al Corriere il procuratore capo di Vasto, Giampiero Di Florio «il ragazzo era incensurato, non aveva assunto stupefacenti, né alcolici. La polizia giudiziaria ha ritenuto che non ci fossero gli estremi per chiederne la custodia cautelare. D’altra parte se lo avessimo arrestato, sarebbe stato scarcerato perché non c’erano esigenze tali da farlo rimanere in carcere». Questo non toglie nulla alla colpevolezza di D’Elisa ma consente se non altro di dire che la giustizia stava facendo quello che doveva essere fatto secondo la legge e l’accusa di omicidio stradale aggravato dalla violazione delle norme sulla circolazione stradale relative all’eccessiva velocità e al mancato rispetto del segnale con luci rosse dell’impianto semaforico prevede pene che vanno dai due ai sette anni di carcere. Ci sono pochi dubbi che al processo D’Elisa sarebbe stato giudicato colpevole ma questo ovviamente non lenisce il dolore dei genitori e del marito di Roberta Smargiassi. Una ferita che a fine dicembre – quando la Procura era ormai avviata a chiudere le indagini – si era riaperta in occasione di alcune dichiarazioni incrociate tra i legali delle due parti con la difesa che obiettava che Roberta non stesse indossando il casco (circostanza pare negata anche dalla consulente della Procura) e con Giovanni Cerella, il legale della famiglia Smargiassi, che rimarcava il fatto che “nessun componente della famiglia, compreso l’indagato, si è mai messo in contatto con loro per esprimere cordoglio per quanto accaduto”. Circostanza questa che Cerella – da oggi anche difensore di Di Lello – ha ribadito in un’intervista a Radio Capital:

Italo D’Elisa, dopo aver ucciso Roberta, nell’incidente, non ha mai chiesto scusa, non ha mostrato segni di pentimento. Anzi, era strafottente con la moto. Dava fastidio al marito di Roberta. Quando lo incontrava, accelerava sotto i suoi occhi. D’Elisa tre mesi dopo l’incidente aveva ottenuto il permesso per poter tornare a guidare la moto, perché gli serviva per andare a lavorare.

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Roberta Smargiassi, moglie di Di Lello. (via Facebook.com)

A Fabio Di Lello a quanto pare dava comprensibilmente fastidio che D’Elisa non avesse mai chiesto scusa ma d’altra parte è altrettanto comprensibile che Italo da parte sua non fosse a suo agio quando lo incrociava per strada e che facesse di tutto per evitarlo.
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Il tribunale popolare di Facebook ha sete di sangue e la chiama giustizia

La vicenda è così drammatica e tragica che si potrebbe quasi pensare che in pochi avrebbero il coraggio di giudicare. Ma non è così, perché l’Italia è pur sempre un paese di giustizieri che gode quando un criminale viene ucciso. E poco importa che in Italia anche il peggiore degli assassini – e sicuramente Italo D’Elisa non lo era – abbia diritto ad una difesa e ad un giusto processo secondo i tempi e le leggi del Codice di procedura penale. Leggi che prevedono che la procura svolga le indagini, che venga celebrato un processo e che il giudice emetta la sentenza. Detto questo non è facile mettersi nei panni dei protagonisti della vicenda perché non è possibile nemmeno lontanamente immaginare la sofferenza e il dolore che in questi mesi hanno accompagnato ogni istante della vita di Fabio Di Lello, allo stesso modo non si può sapere come abbia vissuto D’Elisa che ha dovuto trovare un modo per continuare a vivere la sua vita, sapendo di aver ucciso una persona e sapendo che sarebbe stato giudicato per questo. Se molti non hanno fortunatamente esperito in prima persona una di queste situazioni purtroppo non tutti però hanno letto quel capolavoro che è Delitto e Castigo e quindi non possiamo certo aspettarci che l’umana comprensione – unitamente alla comprensione dei meccanismi della giustizia – sia il sentimento dominante.
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Si deve fare giustizia sommaria, questo scrivono commentatori che forse hanno visto troppi film dell’ispettore Callaghan. La colpa è della giustizia italiana e se il ragazzo fosse stato in galera per omicidio stradale (ricordiamo ai più distratti che la legge prevede tre gradi di giudizio) tutto questo non sarebbe accaduto.
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Forse è vero, in molti avrebbero pensato di farsi giustizia da soli, ma quelli che non la mettono in atto non sono persone senza coraggio ma persone che hanno fiducia nella giustizia e che soprattutto sanno che giustizia non è togliere una vita per una vita che è stata spezzata. Quella si chiama vendetta e non ha niente a che fare con la giustizia e con la legge. Il processo penale non è una vendetta dello Stato sul colpevole è anzi una camera di compensazione tra le istanze della vittima (e dei suoi familiari) e i diritti del colpevole. L’alternativa è un’altra cosa, ad esempio la faida tra famiglie mafiose dove ogni torto viene vendicato con un torto di entità maggiore.
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Il fatto è che D’Elisa era in libertà proprio perché in base alla legge non c’erano i termini per trattenerlo in carcere prima del processo: questo non significa che una volta condannato non ci sarebbe andato. Non mancano ovviamente quelli che ci spiegano che la tragica storia di Vasto, che ha distrutto tre famiglie, è tutta riconducibile alle colpe dei politici che non hanno investito denari per costruire nuove carceri (che anche se ci fossero state non avrebbero ospitato D’Elisa fino al termine del procedimento penale).
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E poi diciamocelo, cosa serve avere carceri, giudici, cancellieri o poliziotti quando si può risolvere il problema del sovraffollamento e della lunghezza dei processi semplicemente facendosi giustizia da sé?
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Qualcuno non ha letto nemmeno l’articolo (e tanto meno il titolo) dell’articolo che commenta e non sa che “chi gli ha ucciso la moglie” difficilmente se la spasserà, visto che è stato ucciso. Italo D’Elisa, nonostante quello che scrivono i principi del foro di Facebook non era “già al bar dopo sei mesi” ma era in libertà in attesa di andare a processo ed essere giudicato. Quello che è successo a Vasto è orribile, quello che sta succedendo nella testa di molti giustizieri da tastiera è ancora peggio.