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Perché Marina Ovsyannikova è stata condannata a pagare una multa da 255 euro

neXt quotidiano|

Maria Ovsyannikova

Marina Ovsyannikova, la giornalista che ha fatto irruzione durante il tg serale russo di Pervyj Kanal (Primo canale) per denunciare la propaganda di Putin messa in atto attraverso i canali ufficiali è stata condannata a pagare una multa da 30mila rubli – 255 euro al tasso di cambio attuale – per “organizzazione di un evento pubblico non autorizzato”, ed è stata rilasciata. “All’inizio – ha spiegato il suo legale – la polizia l’ha trattenuta volendo limitarsi a seguire il protocollo amministrativo, ma il caso è stato poi preso in mano dalle alte autorità”.

Perché Marina Ovsyannikova è stata condannata a pagare una multa da 255 euro

Dopo essere stata irreperibile per diverse ore dopo il suo eclatante gesto, questa mattina era riapparsa in uno scatto insieme al suo avvocato, l’esperto di diritti umani Anton Gashinsky. Si temeva che sarebbe stata perseguita in base alla nuova legge bavaglio votata all’unanimità dalla Duma che vieta di definire l’azione militare russa in Ucraina una “invasione” o di diffondere “notizie false” sul conflitto.

Ma a quanto si apprende dal tribunale che l’ha giudicata, non è stato così. O almeno per ora, visto che la sanzione amministrativa – come riporta Kevin Rothrock, l’editor del sito Meduza, che ha seguito la vicenda dall’inizio – è arrivata soltanto per il suo videomessaggio registrato prima di irrompere nello studio televisivo, con il quale invitava chi la stesse ascoltando a scendere in piazza per protestare.

I suoi colleghi a Channel 1 sono rimasti sorpresi dalle sue azioni. Uno ha detto al blog Faridaily – gestito dall’ex giornalista della BBC Russian Service Farida Rustamova – che Ovsyannikova – madre di due figli – “non aveva mai parlato di politica, ma parlava soprattutto di bambini, cani e casa”. Alla base di questo provvedimento “light” rispetto alle attese potrebbe esserci una strategia del Cremlino di ridimensionare la portata mediatica di quanto accaduto, evitando di fare della giornalista una “martire” della censura.