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Marco Gervasoni e il complotto della Merkel dietro la strage neonazista di Hanau

@Giovanni Drogo|

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Si chiamava Tobias Rathjen il responsabile del massacro di 11 persone (e al momento quattro feriti gravi) durante due distinte sparatorie che hanno avuto come obbiettivo due locali ad Hanau, in Germania. Il corpo dell’attentatore è stato ritrovato nella sua abitazione a fianco al cadavere della madre 72enne. La polizia tedesca avrebbe ritrovato anche alcuni documenti nei quali il killer 43enne parlava della necessità di annientare «popoli ed etnie che non possiamo più espellere dalla Germania».

Il manifesto di  Tobias Rathjen

Le indagini per il momento si concentrano quindi sul movente razzista e sulla pista dell’estremista di destra. Anche perché due dei locali dove il killer è entrato in azione erano dei shisha bar dove si fuma il narghilè. Matteo Salvini ha commentato così su Twitter il tragico episodio senza far alcun riferimento alle motivazioni politiche dell’attentatore: «Orribile strage a #Hanau in Germania, una preghiera per i morti innocenti, un pensiero per i feriti e le famiglie delle vittime della follia omicida, un abbraccio di solidarietà al popolo tedesco». Più esplicita invece  la leader di Fratelli d’Italia Giorgia Meloni che ha parlato apertamente di razzismo e xeonofobia per i quali «nella nostra Europa non c’è nessuno spazio».

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Su Twitter e su alcuni siti internet circolano anche alcuni passaggi della rivendicazione dell’attentatore si tratta di un video rivolto ai cittadini americani e di un “manifesto” dove si legge della necessità di distruggere le popolazioni straniere partendo da quelli del mondo arabo per una prima “pulizia” e poi procedere a ripulire i paesi africani, il Sud America e il Centro America. Ma anche gli stessi tedeschi visto che non tutti quelli che oggi hanno un passaporto tedesco sono “di razza pura” ed è quindi necessario arrivare anche a dimezzare la popolazione tedesca.

Farneticazioni di un pazzo, si dirà. Storie e parole che abbiamo già sentito e letto altrove visto che sono alla base dei manifesti di tanti altri attentatori bianchi nazionalisti preoccupati per l’annacquamento del sangue, l’invasione, la sostituzione etnica e quant’altro. E ogni volta c’è chi prova a dire che è solo un “lupo solitario” un “folle isolato” e quindi non rappresenta certo la totalità degli estremisti di destra (che pure quelle stesse cose le dicono e le scrivono da anni).

Marco Gervasoni e il killer condizionato dai servizi segreti (per colpa della Merkel)

Da sempre è così: negli Stati Uniti come altrove. Quando l’attentatore è un musulmano che agisce in nome dell’ISIS o di Al Qaeda non si perde un istante a dire che tutti i musulmani sono potenzialmente dei terroristi o che l’Islam è una religione d’odio. Si arriva addirittura a chiedere ai fedeli musulmani di “dissociarsi” dal gesto del loro correligionario, non importa che l’attentato sia stato commesso in California e a doversi scusare sia magari una ragazzina di seconda generazione che vive in Italia, è cittadina italiana e mai ha pensato a uccidere qualcuno.

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Ma c’è di più. Perché quando a sparare e a uccidere è un presunto (lo scriviamo perché le indagini sono ancora incorso) estremista di destra con simpatie neonaziste allora fa tutto parte di un piano per criminalizzare una certa parte politica e magari sostenere il governo. Ne sembra essere convinto il professor Marco Gervasoni docente di Storia contemporanea all’Università del Molise, editorialista de Il Giornale e già titolare della cattedra di storia comparata dei sistemi politici all’Università Luiss di Roma (che però a settembre dello scorso anno decise di non rinnovargli il contratto). In una serie di tweet pubblicati questa mattina Gervasoni scrive cose come «ovviamente i servizi hanno trovato il video che prova che la matrice è di “estrema destra”. Molto prevedibile» oppure che Hanau è la «dimostrazione che i servizi non hanno ancora trovato il successore della Merkel» collegando la sparatoria alle dimissioni del segretario del CSU perché nel CDU (il partito della Merkel) qualcuno voleva allearsi con il partito di estrema destra Alternative für Deutschland.

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In un altro tweet, questa volta bilingue, il professor Gervasoni spiega agli “scemi” quello che è successo davvero ad Hanau. Tenete a mente che nel momento in cui lo scrive le indagini sono ancora in corso e quindi nessuno sa cosa sia successo davvero. Per Gervasoni la questione è semplice e non nega che in Germania ci siano individui o gruppi di persone che possono essere definiti neonazisti. Ma il punto per lui è un altro: «I servizi li monitorano, li infiltrano, li condizionano. Quando serve gli fanno fate un “mazzetto di omicidi” Cosa che hanno sempre fatto, tutti, nessuno escluso». Secondo il ministro dell’Interno dell’Assia, Peter Beuth – che ha parlato del movente razzista – però Rathjen non si era mai fatto notare in passato per atteggiamenti estremisti. Come poteva essere monitorato, infiltrato eccetera?

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In buona sostanza a leggere Gervasoni siamo invece di fronte ad  un piano ordito, organizzato e portato a compimento dai servizi segreti che in qualche modo (non meglio precisato) avrebbero condizionato l’attentatore per spingerlo ad entrare in azione e fare così il gioco della Merkel. Che qualcosa non torni ne è convinta anche Francesca Totolo, giornalista de Il Primato Nazionale (il magazine di CasaPound) che commenta così la vicenda: «Ovviamente, quando l’attentatore è islamista ci vogliono giorni per sapere l’identità… Se occidentale si sa tutto, pure il numero di scarpe, entro poche ore». E se il nome lo si scopre subito è perché sicuramente si sapeva già chi era. Per carità, anche per quanto riguarda gli attentatori di Charlie Hebdo non ci è voluto molto a risalire alla loro identità, il problema è stato semmai trovarli. E se vogliamo essere precisi una delle teorie del complotto sugli attentati dell’11 settembre era proprio che si era riusciti a risalire “troppo in fretta” all’identità di Mohammed Atta. Ma se il presunto attentatore è un cittadino tedesco che non vive in clandestinità (e che magari ha pure un sito web) e non si è dato alla fuga è evidente che “trovarlo” è più semplice.

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