Fact checking

Davvero il M5S è il primo partito in Italia?

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L’analisi della sconfitta del M5S alle amministrative 2017 non è facile. Beppe Grillo la nega e dimentica Palermo, Genova e soprattutto Parma. Luigi Di Maio invece si consola con le importanti vittorie di Serego e Parzanica. Danilo Toninelli a Matrix e Alfonso Bonafede a Piazza Pulita invece se la prendono con le schede elettorali. Tutto per dimostrare che se non ci fossero le coalizioni e se il PD non si nascondesse dietro le liste civiche il M5S avrebbe vinto. Ed in ogni caso il MoVimento è ancora il primo partito.

L’offensiva coordinata contro le schede elettorali e le coalizioni

La tesi è che i 5 Stelle la faccia ce la mettono mentre i vecchi partiti hanno preferito mandare avanti le liste civiche. In questo modo gli elettori non hanno capito chi stavano votando e invece che dare il voto al M5S lo hanno dato al PD o al Centrodestra. Il che ovviamente è ridicolo perché gli elettori sanno bene chi stanno votando. E la strategia pentastellata di far passare il sistema delle coalizioni come una specie di truffa, di accozzaglia messa in piedi per far perdere il M5S è poco più di una patetica scusa. Se davvero basta far “scomparire” i partiti per sconfiggere il M5S significa che il partito di Grillo può giocarsi solo una carta: quella dell’alternativa ai “vecchi partiti”. Annullata quella per gli elettori non ci sarebbe alcun motivo per votare il M5S.

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Alfonso Bonafede mentre parla di tavole periodiche degli elementi

D’altra parte è vero che durante questa tornata elettorale Matteo Renzi ha evitato esporsi in prima persona a fianco dei candidati sindaci. Probabilmente Renzi ha imparato che personalizzare il voto non è la strategia migliore. Nelle piazze delle città italiane però si sono visti diversi ministri del governo Gentiloni. L’offensiva pentastellata contro le schede elettorali però non ha ragion d’essere. Quando gli elettori hanno scelto un sindaco del M5S lo hanno fatto anche se gli altri partiti si erano coalizzati. Il punto è che il sistema elettorale delle amministrative tende a favorire chi si presenta in coalizione. Non è una truffa: è la democrazia.

L’analisi del flussi elettorali: il M5S non è il primo partito

Un aspetto che i 5 Stelle invece non affrontano è quello della qualità della loro proposta. Non basta dire – come fa Toninelli – che loro ci mettono la faccia. Anche perché dipende da che faccia ci metti e come lo fai. Prendiamo il caso di Parma dove il M5S aveva vinto nel 2012. Bastano due comizi (di fronte a poco pubblico) per dire che ci hanno messo la faccia? Chiaramente no. Il fatto è che molto spesso i candidati del M5S sono stati impalpabili ed evanescenti. Metterci la faccia non equivale – come vogliono far credere Toninelli e Bonafede – a mettere il simbolo della lista o del partito. Un simbolo, che è bene ricordarlo, nel caso del MoVimento fa pensare al faccione di Beppe Grillo, Capo Politico del partito.

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Fonte: YouTrend

I numeri poi raccontano tutta un’altra storia. Il M5S non è il primo partito e in certi casi nemmeno il secondo. L’analisi condotta da YouTrend sul voto delle Amministrative 2017 mostra ad esempio che al Nord il primo partito rimane il PD con la Lega Nord che ottiene un discreto risultato (soprattutto rispetto a quelle del 2012). La lista del Partito Democratico – considerata da sola – è il primo partito nei 145 comuni superiori al voto domenica. L’Istituto Cattaneo parla invece di successo del Centrodestra e “tenuta” del Centrosinistra mentre il M5S esce ridimensionato da questa tornata elettorale e torna ai livelli del 2012. Secondo Marco Valbruzzi l’unico partito ad aver davvero guadagnato consensi è la Lega Nord. Il M5S invece – a livello locale – risulta congelato  e incapace di estendersi nei comuni.
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Fonte: Fondazione Ricerca Istituto Carlo Cattaneo

L’analisi di Rinaldo Vignati sui flussi elettorali in cinque città (Alessandria, La Spezia, Padova, Piacenza e Pistoia) l’Istituto Cattaneo ha rilevato che generalmente il bacino elettorale del 5 Stelle si disperde in molte direzioni diverse e prevalentemente verso l’astensione. Un dato che dovrebbe preoccupare i dirigenti del partito che si vantava di aver riportato gli italiani al voto. La fuga verso il non voto è ancora più marcata a Parma dove il 14,5% dell’elettorato passa dal partito di Grillo all’astensione mentre il 4,8% dell’elettorato del M5S ha votato Pizzarotti (Effetto Parma).