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M5S, i due indagati a Roma per il dossier su De Vito

Il seminterrato che divise Virginia Raggi e Marcello De Vito torna a far parlare di sé. Stavolta per un’indagine per calunnia, di cui parlano oggi Giovanna Vitale e Lorenzo D’Albergo su Repubblica Roma. A carico di due tra i protagonisti per la vicenda del dossier che doveva essere la prova regina del processo interno nei confronti dell’attuale presidente dell’Assemblea Capitolina, accusato di abuso d’ufficio per un accesso agli atti su richiesta dell’avvocato del M5S in Regione Paolo Morricone per verificare se un presunto condono in un seminterrato della zona Aurelia fosse stato autorizzato dietro il rilascio di una mazzetta.

M5S, i due indagati a Roma per il dossier su Marcello De Vito

Proprio quel “processo”, dove Daniele Frongia ed Enrico Stefàno costituivano insieme a Virginia Raggi l’accusa e andato in scena alla Camera con la presenza dei deputati Alessandro Di Battista e Carla Ruocco (allora membri del direttorio, poi sciolto), di Roberta Lombardi, Paola Taverna ed Enrico Baroni, con i capi della Comunicazione Rocco Casalino e Ilaria Loquenzi a far da supervisori è il perno per l’accusa di calunnia, che – lo ricordiamo – è il reato che commette chi accusa qualcuno davanti all’autorità giudiziaria sapendolo innocente. L’ipotesi, davvero tirata per i capelli, è questa:

“Tribunale speciale” che, però, proprio perché allestito alla Camera e non in una sede di partito, con i parlamentari nell’esercizio delle loro funzioni e dunque in qualità di pubblici ufficiali (come più volte stabilito dalla Cassazione penale), invera l’ipotesi di calunnia ai danni di De Vito. Calunnia che ricorre quando viene incolpato di un reato una persona di cui si conosce l’innocenza, o quando si simuli a carico di quest’ultima le tracce di un reato.

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Ricapitoliamo la storia dall’inizio. Il 19 marzo del 2015 Marcello De Vito  si avvale del potere concesso per legge ai consiglieri comunali per ottenere dagli uffici del comune notizie e informazioni riguardo una pratica di sanatoria edilizia su un seminterrato di un cittadino di nome F. B. al quartiere Aurelio. Nel caso di specie, aveva compiuto un accesso agli atti — su richiesta, si chiarirà in seguito, di Paolo Morricone, avvocato del M5S in Regione — per verificare se un presunto condono in un seminterrato della zona Aurelia fosse stato autorizzato dietro il rilascio di una mazzetta.

Il seminterrato e l’accusa di calunnia

Il 28 dicembre del 2015 i tre consiglieri (Raggi, Frongia, Stefàno) organizzano una riunione con i consiglieri municipali in assenza di De Vito e lì lo accusano di aver compiuto “una serie di atti contrari alla buona amministrazione e un reato”. “I tre ex consiglieri – secondo quanto De Vito dirà ai suoi amici e il Fatto racconterà nel luglio 2016 in un articolo a firma di Marco Lillo  – affermavano che avrebbe compiuto il reato di abuso di ufficio in relazione ad una richiesta di accesso agli atti”. “Indubbiamente la cosa – secondo quanto de Vito confidava allora ai suoi amici – produceva l’esito sperato, molti consiglieri municipali si convincevano delle accuse e l’accusato non aveva modo di palesarne la totale falsità”.

De Vito usciva frastornato e alle 20 e 30 inviava una mail nella quale spiegava che l’accesso agli atti era frutto di una richiesta proveniente dal M5S della Regione Lazio e allegava la mail dell’avvocato Paolo Morricone, difensore anche di Virginia Raggi (ha scritto lui la diffida al Fatto sull’incarico della Asl di Civitavecchia) che spiegava tutto.
“CIAO A TUTTI, la vicenda scrive De Vito – è stata compiutamente ricostruita. L’accesso agli atti è stato correttamente richiesto per le motivazioni di cui alla mail di Paolo Morricone, nostro avvocato regionale che riporto di seguito (e che allego):

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‘in riferimento alla richiesta di accesso agli atti relativo alla (… Ndr) specifico che questa è scaturita da una segnalazione di un privato (che aveva chiesto l’anonimato avendo paura di minacce) egli sosteneva che il proprietario dell’appartamento, poteva aver spinto qualcuno dell’amministrazione per farsi concedere l’agibilità dell’appartamento. La richiesta era necessaria in quanto dalla documentazione si sarebbe si sarebbe potuto vedere se esistevano i presupposti o meno per la concessione dell’abitabilità (…) per una eventuale successiva denuncia’.
E’ tutto molto avvilente, io quanto meno lo vivo cosi – proseguiva De Vito – la vicenda però è anche molto grave. Motivo per cui vi chiedo con gentilezza non solo di valutare ciò che si è verifìcato oggi nei miei confronti alla luce delle pesanti accuse che mi sono state mosse ma anche di considerare insieme le opportune azioni e modalità di gestione della vicenda che, lo ribadisco, è gravissima”.

Il tribunale speciale grillino

A questo punto c’è da ricordare che i tre consiglieri tornano a chiedere spiegazioni a Marcello De Vito a gennaio. La riunione viene convocata il 18, davanti a una trentina di consiglieri municipali e regionali. Lì la polemica ufficialmente si chiude, anche se Paolo Taverna in una mail partita per sbaglio definisce quanto accaduto “uno squallido tribunale speciale”. A Marcello De Vito vengono anche chieste spiegazioni sul suo collaboratore Claudio Ortale e sui permessi firmati che costeranno poi allo stesso Ortale un processo a piazzale Clodio (ancora in svolgimento).

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Enrico Stefàno con Linda Meleo

Nella storia ci sono tanti misteri ancora da risolvere: come il famoso parere legale di un illustre avvocato che Frongia sventolava per accusare De Vito, ma di cui l’assessore allo sport a Roma si rifiutò di fornire il nome. Ma sarà difficile saperne di più visto che c’è addirittura chi ha negato l’esistenza stessa del dossier e insultato giornalisti per aver dato la notizia:
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daniele frongia 1
Insomma, è la trasparenzaquannocepare, bellezza. E tu non puoi farci niente.
EDIT: La procura di Roma smentisce che ci siano indagati nell’ambito dell’inchiesta sul presunto dossieraggio che avrebbe contribuito a fermare la corsa di Marcello De Vito alle primarie del M5S per il candidato sindaco di Roma. La precisazione prende spunto dalla notizia, riportata oggi da Repubblica, secondo la quale la Procura, nell’ipotizzare il reato di calunnia, avrebbero proceduto ad almeno due iscrizioni nel registro degli indagati.