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Il seminterrato che divide Virginia Raggi e Marcello De Vito (con ipotesi di reato)

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Marco Lillo deve essersi davvero appassionato al tema Virginia Raggi. Oggi sul Fatto Quotidiano compare un articolo a firma dell’autore dei pezzi sugli incarichi alla ASL di Civitavecchia e su Marcello De Vito, il più votato al Consiglio Comunale e uomo di Roberta Lombardi a Roma: racconta il quotidiano che Marcello De Vito è stato “vittima” di una campagna per farlo fuori orchestrata dai suoi tre colleghi in Campidoglio, ovvero Virginia Raggi, Daniele Frongia ed Enrico Stefàno. In questa campagna De Vito ha subito gli attacchi e non è stato sostenuto dai vertici del MoVimento: ha pensato a un’azione legale contro i tre per tutelare la propria onorabilità ma ha desistito: sarà presidente del consiglio comunale mentre sua moglie, Giovanna Tadonio, potrebbe diventare assessora al Municipio III.

Il seminterrato e l’ipotesi di reato che dividono Virginia Raggi e Marcello De Vito

Sì, ma cosa è successo? Il racconto del Fatto per ora è confuso (e non potrebbe essere altrimenti visto che ci si aspettano altre puntate sulla vicenda), la fonte dichiarata (non è detto che sia quella vera) delle informazioni sono “gli amici di De Vito” e tutto parte da un accesso agli atti effettuato dal consigliere il 19 marzo del 2015:  si avvale del potere concesso per legge ai consiglieri comunali per ottenere dagli uffici del comune notizie e informazioni riguardo una pratica di sanatoria edilizia su un seminterrato di un cittadino di nome F. B. al quartiere Aurelio. Il 28 dicembre del 2015 i tre consiglieri organizzano una riunione con i consiglieri municipali in assenza di De Vito e lì lo accusano di aver compiuto “una serie di atti contrari alla buona amministrazione e un reato”. Chi ha vissuto indirettamente quel momento ha accettato di parlare con il Fatto e mostrare mail e sms. “I tre ex consiglieri –secondo quanto De Vito dirà ai suoi amici – affermavano che avrebbe compiuto il reato di abuso di ufficio in relazione ad una richiesta di accesso agli atti”. “Indubbiamente la cosa – secondo quanto de Vito confidava allora ai suoi amici – produceva l’esito sperato, molti consiglieri municipali si convincevano delle accuse e l’accusato non aveva modo di palesarne la totale falsità”.

Alla riunione e alle discussioni successive sulla rete partecipano quasi tutti i consiglieri municipali, alcuni dei quali ora sono saliti in Campidoglio. Uno di loro racconta aDe Vitoche Frongia avrebbe chiesto di puntare alle successive primarie esclusivamente sulla Raggi. De Vito non sa nulla. Fino al 7 gennaio 2016. Quel giorno con i tre consiglieri viene convocato a una riunione. Alla presenza di Carla Ruocco e Alessandro Di Battista (membri del direttorio), Roberta Lombardi, Paola Taverna e Massimo Enrico Baroni, e poi dei capi della comunicazione Rocco Casalino e Ilaria Loquenzi, i tre consiglieri comunali accusavano De Vito di abuso di ufficio per l’accesso agli atti del 19 marzo 2015 ed esibivano un parere legale. Daniele Frongia lo sventolava e non diceva a De Vito quale avvocato lo avesse scritto.
De Vito usciva frastornato e alle 20 e 30 inviava una mail nella quale spiegava che l’accesso agli atti era frutto di una richiesta proveniente dal M5S della Regione Lazio e allegava la mail dell’avvocato Paolo Morricone, difensore anche di Virginia Raggi (ha scritto lui la diffida al Fatto sull’incarico della Asl di Civitavecchia) che spiegava tutto.
“CIAO A TUTTI, la vicenda scrive De Vito – è stata compiutamente ricostruita. L’accesso agli atti è stato correttamente richiesto per le motivazioni di cui alla mail di Paolo Morricone, nostro avvocato regionale che riporto di seguito (e che allego):
in riferimento alla richiesta di accesso agli atti relativo alla (… Ndr) specifico che questa è scaturita da una segnalazione di un privato (che aveva chiesto l’anonimato avendo paura di minacce) egli sosteneva che il proprietario dell’appartamento, poteva aver spinto qualcuno dell’amministrazione per farsi concedere l’agibilità dell’appartamento. La richiesta era necessaria in quanto dalla documentazione si sarebbe si sarebbe potuto vedere se esistevano i presupposti o meno per la concessione dell’abitabilità (…) per una eventuale successiva denuncia’.
E’ tutto molto avvilente, io quanto meno lo vivo cosi – proseguiva De Vito – la vicenda però è anche molto grave. Motivo per cui vi chiedo con gentilezza non solo di valutare ciò che si è verifìcato oggi nei miei confronti alla luce delle pesanti accuse che mi sono state mosse ma anche di considerare insieme le opportune azioni e modalità di gestione della vicenda che, lo ribadisco, è gravissima”.

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L’House of Cards all’amatriciana prosegue a gennaio, quando Frongia ha invitato De Vito a spiegare di nuovo la situazione; la riunione viene convocata il 18, davanti a una trentina di consiglieri municipali e regionali. Lì la polemica ufficialmente si chiude, anche se – racconta sempre Lillo – Paolo Taverna in una mail partita per sbaglio definisce quanto accaduto “uno squallido tribunale speciale” (invece quelli a cui sono sottoposti i parlamentari no? E le gogne senza possibilità di difendersi prima del voto sulle espulsioni sul blog cosa sono invece?).

Chi vuole incastrare Virginia Rabbit?

Curiosamente, anche il Messaggero ha un articolo sul tema ma non c’è un accenno preciso alla storia. Si parla però di un dossier, e di un dossieraggio, nei confronti di Marcello De Vito. E se ne indica anche il motivo:

Come nelle migliori correnti della Dc la guerra è totale e senza esclusioni di colpi e mischia pubblico a personale. Gira, per esempio, un report (c’è chi lo chiama «dossier» nel M5S) contro Marcello De Vito. Una serie di documenti sull’attività professionale dell’avvocato che sarebbe dovuta uscire prima del voto per togliere a «Marcello» qualsiasi velleità di fare il vicesindaco. Queste carte sarebbero chiuse in un cassetto. Pronte a spuntare fuori. Un ricatto? «Può darsi»,dicono alcuni grillini. E comunque potrebbe già essere pubblico oggi. E sarebbe un altro detonatore in un gruppo che non è ancora entrato come si deve in Comune ma già sembra essere pronto a esplodere.
Altro aneddoto che gira in Campidoglio: questo dossier contro De Vito sarebbe la risposta a una mossa che le solite malelingue gli addebitano, aver spifferato a un giornale on-line il praticantato con lo studio Previti che la Raggi non aveva dichiarato nel curriculum. Un peccato non secondario, soprattutto per gli ortodossi del M5S, uscito guarda caso, il pomeriggio della votazione in rete per scegliere chi sarebbe stato il candidato del M5S in Campidoglio. Una mossa che mandò in ansia colei che sarebbe diventata «sindaca» al punto che fece chiamare le redazioni dei siti per mettere meglio la sua posizione,minacciando querele. Lei lo chiamò «fango». Chi le stava e le sta tuttora molto vicino lo bollò come «fuoco amico». E questo clima di divisione si è respirato nonostante la cavalcata trionfale anche in campagna elettorale. Più volta la Raggi si è lamentata con i suoi di non aver un quartier generale, quello di Ostiense è arrivato solo all’ultimo tratto della corsa, e di non essere aiutata (dalla Lombardi) nella raccolta fondi.

L’accenno al “mestiere di avvocato” di De Vito potrebbe far pensare quindi che l’accusa dei tre consiglieri a De Vito fosse qualcosa di inerente a ciò. Ma le domande sono tante: chi ha scritto il parere legale che accusava De Vito? Perché quell’accesso agli atti avrebbe fatto commettere un reato a De Vito? Perché l’avvocato che difende i 5 Stelle ha spiegato che sono intervenuti? In che modo quell’accesso agli atti avrebbe dato prova dell’ipotetica agibilità concessa senza diritti? Chi è la fonte dell’articolo di Lillo? Perché la storia esce solo oggi? Chi vuole incastrare Virginia Rabbit?

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