Economia

L'Italia corre il rischio di uscire dall'euro? Ecco chi ha ragione tra Munchau e Padoan

uscire dall'euro

La crescita italiana non sarà quella che il governo prevede ed è difficile che l’Italia possa rimanere nell’euro, perché ad un certo punto le converrà abbandonare la moneta unica. E’ questa la fosca previsione di Wolfgang Munchau, editorialista tedesco del Financial Times e fiero euroscettico, in un articolo intitolato “La ripresa dell’Italia non è come sembra”. Munchau non è nuovo a previsioni catastrofiste, ma questa volta il suo editoriale ha scatenato un caso perché il Ministro dell’Economia Padoan ha replicato a muso duro. Ma procediamo con ordine.

La profezia di Munchau

Yoram Gutgeld, consulente economico del presidente del Consiglio Matteo Renzi, aveva affermato che la riduzione delle imposte e le riforme strutturali renderanno l’Italia immune dal rallentamento dell’economia globale dei prossimi 12-24 mesi. Munchau non è d’accordo e ritiene che nessuno possa dirsi immune. Del resto il Pil dell’area dell’euro mostra già un rallentamento e quello italiano non brilla certo per reattività, passando da +0,4% nel primo trimestre del 2015 a solo +0,2% nel terzo. Secondo Munchau l’euro non ha portato altro che stagnazione all’Italia, ricordando che il Pil del nostro paese è ancora sotto il livello pre-crisi di ben 9 punti percentuali. “Se l’Italia non riesce a riprendersi con forza da questa recessione – profetizza Munchau – è difficile vedere come possa rimanere nell’eurozona. A un certo punto potrebbe essere nell’indiscutibile interesse economico del paese uscire e svalutare”. Munchau inoltre sostiene che il sistema bancario italiano è sotto la pressione di alte sofferenze e – ma dove l’ha letto? – della sostanziale insolvenza di molti piccoli e medi istituti. Munchau critica inoltre le ricette economiche di Renzi, a partire dall’abolizione delle imposte sulla prima casa. Se da un lato è bene non aver ridotto il deficit come programmato (l’Italia prevede il 2,2 per cento nel 2016, a fronte dell’1,4 per cento previsto precedentemente), questo secondo Munchau avviene in un contesto di debolezza del sistema bancario che potrebbe chiedere interventi al governo e portare il disavanzo al 3,4 o un 4,4. A quel punto, secondo Munchau, si dovrebbe di nuovo imporre il rigore con un rallentamento economico in corso e potrebbe insediarsi un altro governo tecnico. Se i calcoli ottimistici di Renzi si rivelassero sbagliati, l’Italia potrebbe quindi dover lasciare l’euro.
wolfgang munchau

La replica del governo italiano

L’editoriale di Munchau ha fatto andare su tutte le furie il Ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan e il suo portavoce Roberto Basso. In alcuni tweet e in un articolo sul suo blog dall’ironico titolo “La ripresa dell’Italia non è come la dipinge Munchau“), Basso risponde a muso duro all’editoriale di Munchau. In primo luogo il portavoce del MEF sottolinea che per prodursi un deficit del 3,4% non basta un rallentamento della crescita, ma serve una contrazione dello 0,6%, improbabile anche mancando clamorosamente la previsione dell’1,6% di crescita per il 2016. Basso inoltre ricorda che la strategia del governo è basata sull’aumento della domanda nel breve termine e sulle riforme nel lungo, con tanto di scadenze per la loro implementazione, e che le critiche sulla mancanza di iniziativa su questo punto da parte di Munchau sono basate su cattive informazioni. Per qualche strano motivo – forse il fatto che il progetto di “bad bank” è ancora nel porto delle nebbie della Commissione europea – Basso dimentica di replicare al punto fondamentale posto da Munchau: la possibilità di una crisi bancaria che costringa l’Italia ad uscire dall’euro.

Chi ha ragione?

Come spesso capita, ognuno dei due contendenti ha qualche ragione dalla sua parte, ma in questo caso l’onere della prova tocca a Munchau, non al governo italiano. A quest’ultimo si può certo rimproverare un certo ottimismo e una dose di propaganda eccessiva. Ad esempio, Renzi non manca mai di vantarsi del “segno più” del Pil, facendo finta di non sapere che la crescita italiana sarà inferiore alla media dell’Eurozona, per non parlare di quella dell’OCSE, tanto per quest’anno che per il prossimo. Nell’UE peggio dell’Italia, secondo le previsioni, faranno solo Finlandia, Croazia e Grecia.

Elaborazione di Thomas Manfredi (OCSE) su dati FMI
Elaborazione di Thomas Manfredi (OCSE) su dati FMI

E, ancora, Padoan in un tweet afferma che “L’Italia sta usando la flessibilità disciplinata dalla Commissione UE come incentivo per investimenti e riforme strutturali”. Se però si guardano i dati dello stesso Ministero, le spese in conto capitale (cioè appunto quelle per investimenti) sono previste in sostanziale calo nel prossimo triennio.
bilancio previsione
E’ un po’ difficile quindi capire come Basso faccia ad affermare che la strategia dell’Italia nel breve periodo è basata sull’aumento della domanda aggregata. Certo, ci sarà una riduzione delle imposte, ma tutti sappiamo ormai che i moltiplicatori delle tasse sono bassi (lo dice il Fondo Monetario Internazionale) mentre ciò che serve ora è un poderoso aumento degli investimenti i quali addirittura si ripagano da soli (lo dice sempre il FMI). Quanto alle riforme strutturali, nessuno ha ancora dimostrato perché abolire l’articolo 18 dovrebbe generare crescita economica.

L’uscita dell’Italia dall’euro

Detto questo, il torto sta fondamentalmente dalla parte di Munchau quando ipotizza l’uscita dall’euro del nostro paese. In primo luogo, il sistema bancario italiano sarà pure malmesso per via dei prestiti deteriorati, ma è incomparabilmente più solido rispetto a quello di paesi come la Spagna o il Portogallo, per non parlare della Grecia, che non ci risulta siano usciti dall’euro. In secondo luogo, la previsione più pessimistica di Munchau è di un deficit del 4,4% per salvare le banche. La Spagna ha sostenuto deficit del 9-10% quando i tassi di interesse erano alle stelle e non per questo è uscita dall’euro. In terzo luogo, sebbene ancora di là da venire, è molto probabile che il progetto di “bad bank” per ripulire i bilanci delle banche italiane prima o poi vedrà la luce in una forma o in un’altra. Ma, soprattutto, in caso di crisi bancaria l’uscita dalla moneta unica sarebbe persino più improbabile che in caso di ripresa. Dal 2012, prima con l’annuncio del programma OMT e poi con il Quantitative Easing, la Banca Centrale Europea ha incominciato – sia pure tra mille prudenze e in modo ancora incompleto e reticente – ad essere un prestatore di ultima istanza. Certo, il comportamento nel caso della Grecia non è stato dei migliori e la BCE per questo è stata giustamente criticata. Ma l’Italia non è la Grecia e il suo peso sistemico è ben noto a tutti, francesi e tedeschi in particolare. Se davvero dovesse nascere una crisi bancaria nel nostro paese, difficilmente esso si priverebbe del sostegno della Bce uscendo dall’euro. Al contrario, sarebbe proprio quello il momento in cui stare nell’euro sarebbe visto come indispensabile, come del resto è accaduto alla Grecia che ha accettato condizioni capestro in mancanza di un altro prestatore internazionale diverso dalla Bce. Del resto la lezione della storia è chiarissima: i regimi monetari saltano quando manca un prestatore di ultima istanza, come accadde per lo SME nel 1992, quando la Bundesbank si rifiutò di aiutare la Banca d’Italia a sostenere il cambio. Ma la BCE non è la BuBa e Draghi non è Schauble o Weidman. Padoan e Renzi potranno sbagliare pure le previsioni, ma Munchau di più.