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L'imbarazzo del Movimento 5 Stelle per l'avviso di garanzia a Gianni Lemmetti

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Gianni Lemmetti, assessore al bilancio della giunta Nogarin a Livorno, deve dimettersi? Sono in tanti a pensarlo dopo la notizia che Lemmetti è stato iscritto nel registro degli indagati per la vicenda legata ad Aamps, l’azienda dei rifiuti livornese con i conti in rosso al centro di una accesa battaglia politica che coinvolge anche il destino di molti lavoratori. Lemmetti ha scoperto di essere indagato come succede a molti: ovvero quando gli è stata recapitata la raccomandata con l’avviso di garanzia. È colpevole? Allo stato dei fatti, senza l’accesso agli atti, e soprattutto prima ancora che inizi il processo ovviamente nessuno può dirlo. La questione però è un’altra e non riguarda la colpevolezza o l’innocenza di Lemmetti quanto la linea fin qui tenuta in questi casi dal suo partito: il Movimento 5 Stelle.

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Il tweet di Andrea Romano che ha dato la stura ai commenti sarcastici nei confronti dei Cinque Stelle

Il PD garantista e la doppia morale del M5S

La vicenda infatti mette in una posizione difficile tutti quelli che nel M5S hanno sempre detto che un politico appena riceve un avviso di garanzia deve dimettersi. A gennaio Grillo, per rispondere alle polemiche sul caso del consigliere e del sindaco di Quarto aveva pubblicato sul blog una lista degli indagati tra le fila del PD. Anche se le indagini riguardano tre bilanci di Aamps (2012, 2013, 2014) per i quali è già stato indagato l’ex assessore al Bilancio Valter Nebbiai (giunta Pd) la Procura sembra avere dei dubbi anche sulle recenti procedure di assunzione di 33 precari e una serie di operazioni della giunta Nogarin per mettere in luce – ha spiegato due giorni fa il Sindaco su Facebook la situazione opaca dell’azienda municipalizzata. Spiegazioni che non sono però state sufficienti ad arginare il coro di critiche che in questi giorni sta piovendo addosso al Movimento da parte dei parlamentari Dem che accusano il partito di Grillo di adottare il classico metodo dei due pesi e due misure: quando ad essere indagati sono gli altri sono i primi a chiedere le dimissioni, quando invece ad essere sotto inchiesta è uno dei loro scoprono il garantismo e il valore di stare in rispettoso silenzio del lavoro della magistratura. Un concetto ribadito da Matteo Renzi che conta di sfruttare a suo favore la situazione livornese per stabilire un parallelismo con le indagini su Tempa Rossa che hanno portato alle dimissioni della Ministro Guidi (che non risultava tra gli indagati). Ieri sera al Senato il Presidente del Consiglio ha infatti detto che il PD non chiederà le dimissioni di Lemmetti perché un avviso di garanzia non costituisce una condanna e quindi – per tutelare l’indagato – non ha senso chiedere un passo indietro dell’assessore al bilancio di Livorno:

Io sono per la giustizia, non per i giustizialisti, credo nei tribunali non nei tribuni, credo nelle sentenze non nelle veline che violano il segreto istruttorio, quando dico che la giustizia deve andare a sentenza non accuso la magistratura ma dico quel che dice la Costituzione. L’avviso di garanzia non è mai una condanna e noi non chiederemo le dimissioni dell’assessore del 5 stelle di Livorno perché è stato indagato. Chi è colpevole
o no viene deciso da un iter processuale, contano i codici delle leggi e non i codici del software.

Roberto Fico: «cerchiamo un attimo di capire quello che è successo»

Non c’è dubbio che la vicenda livornese arrivi al momento giusto per Renzi che ad inizio aprile aveva tirato fuori la solita vecchia storia del complotto della magistratura contro il Governo (del fare) suggerendo nemmeno troppo implicitamente che le azioni della Procura di Potenze fossero un altro caso di “giustizia ad orologeria”. La situazione di Lemmetti, per come si sta dipanando, non è ovviamente una questione giudiziaria ma squisitamente politica. Renzi tenta di mettere in difficoltà i Cinque Stelle proprio su uno dei punti cardine della loro azione politica: quell’Onestà spesso urlata nel momento in cui i pentastellati sembrano quasi sul punto di aprire il Parlamento come una scatoletta di tonno. Ed infatti ieri sera Roberto Fico, ospite da Giovanni Floris, è sembrato leggermente in difficoltà quando il conduttore ha tirato fuori l’affaire Lemmetti. Renzi aveva da poco pronunciato quella frase contro il giustizialismo e Fico ha commentato con una battuta un po’ tirata dicendo che Renzi dovrebbe chiedere la sfiducia di tutte le giunte del Partito Democratico a Livorno degli anni scorsi spiegando che la colpa della situazione è tutta del PD e loro, cercando di mettere in ordine la situazione, hanno deciso di sporcarsi le mani per risolvere la situazione. Quando però Floris gli ricorda della famosa frase di Luigi Di Maio che a dicembre aveva dichiarato: «Non sono a favore della presunzione d’innocenza per i politici. Se uno è indagato, deve lasciare, lo chiedono gli elettori». La risposta di Fico è ancora più imbarazzata, e chiede il tempo necessario a comprendere “quello che sta succedendo” per poter leggere le carte. Lemmetti, dice Fico, si dovrà dimettere non appena i Cinque Stelle avranno finito di studiare le carte dei PM di Livorno. Certo, sorprende che riguardo ad un’inchiesta come quella di Potenza, iniziata nel 2013 ed esplosa a fine marzo i pentastellati siano stati velocissimi a leggere gli incartamenti e a decidere chi si doveva dimettere. Sono passati ormai tre giorni – di silenzio – e il Direttorio del Movimento non sembra ancora aver acquisito i documenti che riguardano uno dei loro. Se non si tratta di doppia morale di sicuro si può parlare di doppio standard.