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“Per l’azienda siamo trasparenti”, parla la donna licenziata su Teams dopo 18 anni di lavoro

Alessandra Celidoni ha lavorato per 18 anni alla Yazaki Italia di Grugliasco: ieri è stata licenziata con effetto immediato con una telefonata su Teams mentre lavorava in smart working, stessa sorte per altri due suoi colleghi. Ha deciso di raccontarsi al Corriere della Sera

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Separata e con due figli, 18 anni di lavoro nella stessa azienda, licenziata con una telefonata su Teams con effetto immediato. Alessandra Celidoni racconta la sua esperienza, condivisa con altri due dipendenti della Yazaki Italia, anche loro messi alla porta dal colosso che produce e commercializza cablaggi e sistemi di distribuzione elettrica per autoveicoli e che vanta il gruppo Stellantis tra i primi clienti. “Ci hanno trattato come se fossimo trasparenti. Capisco che le multinazionali licenzino, ma almeno un incontro, la possibilità di darmi del tempo per cercare un’altra occupazione”, dice intervistata dal Corriere della Sera.

Il licenziamento via Teams della Yazaki Italia

Delegata della Fisascat Cisl, 50 anni di cui 18 trascorsi nella sede dell’azienda a Grugliasco, vicino Torino: non è bastato ad evitare il licenziamento in tronco e – soprattutto – a distanza, per via della decisione della Yazaki di dislocare il Portogallo le sue mansioni. Un caso che ha ricordato quanto avvenuto negli Stati Uniti, dove 900 dipendenti della società di mutui Better.com sono stati messi alla porta da una videochiamata del ceo dell’azienda Vishal Garg. “Venerdì scorso ero a lavorare in smart working – racconta la donna – e mi arriva una telefonata, non una videochiamata, ma una telefonata via Teams. Mi dicono che per scelta aziendale il nostro ente sarebbe stato chiuso con effetto immediato e che pertanto tutta l’attività sarebbe stata trasferita in Portogallo, esonerandoci dal prestare preavviso e dal lavoro”. Nel giro di un’ora le hanno disattivato Rete aziendale, accesso al pc e alla casella di posta. Stessa sorte per un altro dipendente di Grugliasco e uno di Pastorano, vicino Caserta.

“Il mio collega – spiega Celidoni – ha avuto la prontezza di chiedere se c’era la possibilità di essere ricollocato, e gli hanno risposto di no”. Racconta di aver pianto tutto il giorno dopo la notizia, che era comunque nell’aria: “A settembre avevamo incontrato l’azienda chiedendo se c’erano ipotesi di ristrutturazione. I sentori sono quelli, sono anni che faccio questo lavoro e non sono stupida. Ma ci avevano tranquillizzato, quindi non mi aspettavo quello che è successo. Avrei gradito un incontro di persona, che mi dicessero ‘ragazzi dobbiamo ridurre personale’. Mi puoi chiamare e dirmi ‘troviamo una ricollocazione, ti diamo tempo per guardarti intorno’, insomma più umanità. Poi capisco le scelte delle multinazionali, ma c’è modo e modo”.