Politica

I leghisti che chiedono a Salvini di votare

federico arata giorgetti salvini sparata grossa 500 mila rimpatri - 1

Francesco Verderami sul Corriere della Sera spiega che c’è una frangia molto ampia di leghisti che chiede a Matteo Salvini di votare: il problema è dei ministri ma anche dei parlamentari e un rinvio delle urne potrebbe intaccare la strategia di dominio della Lega:

La Bongiorno vive con disagio il controllo militare del suo dicastero da parte del presidente del Consiglio. La Stefani è bloccata con la riforma dell’Autonomia regionale che doveva essere presentata entro dicembre, poi entro febbraio, poi entro la primavera, che nel frattempo sta finendo. Centinaio aspetta di incontrare Conte per avvisarlo che la sua idea di togliergli il Turismo, istituendo una cabina di regia a Palazzo Chigi insieme al titolare dei Beni culturali, «se la può scordare». Fontana — dotato di un ampio storytelling sui grillini — si è chiuso nel mutismo dopo aver detto che «con loro non ci parlo più».

Ché poi queste cose erano note a Salvini. E infatti sono servite da carburante per una discussione durante la quale tutti hanno argomentato la necessità di uscire dal guado in cui il partito si trova. Perché è vero che la Lega è il dominus della situazione, frutto del risultato alle Europee e della finestra elettorale aperta sul voto di settembre, che rappresenta una minaccia per alleati e avversari dentro e fuori il governo. E come se Salvini «oggi» disponesse di un pacchetto di azioni quotate al 34,3%, e valutate in salita. Ma la politica, al pari dei mercati, vive di fasi. E «domani», soprattutto con la difficoltà a gestire conti pubblici, il valore delle azioni potrebbe calare. «Tra qualche mese magari gli elettori inizierebbero a guardare altrove», ha detto Centinaio.

A quel punto il disegno della Lega sarebbe minacciato.

La differenza tra l’oggi e il domani si è palesata nelle parole di Giorgetti: è stata la descrizione di come il giorno possa di colpo tramutarsi in notte. Oggi, davanti al rischio delle urne a settembre, i Cinquestelle «mostrano un atteggiamento remissivo che verrà mantenuto fino a metà luglio». Ma domani, quando si sarà chiusa la finestra elettorale, «torneranno quelli di prima». Oggi, secondo il sottosegretario alla Presidenza, non ci sarebbe il rischio di un altro governo: il Colle «non si presterebbe» a operazioni di piccolo cabotaggio, anche perché «il Pd ci ha detto che in caso di crisi preferirebbe le elezioni».

Oggi Conte «non è un problema». Domani invece, cioè in autunno, in sessione di bilancio, potrebbe trasformarsi «in una testa di ponte per soluzioni alternative». Se la manovra si rivelasse indigesta per la Lega, allora sì che scatterebbe la trappola. E in nome dell’emergenza, in Parlamento si troverebbero i numeri per una maggioranza, «insieme ai Cinquestelle che non avrebbero nulla da perdere»: «E dimentichiamoci che quel governo durerebbe solo il tempo della Finanziaria».

Leggi anche: Banca Popolare di Bari, i conti peggiorano