Economia

La vera storia del record degli occupati

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Ieri l’Istat ha raccontato il record storico dell’occupazione in Italia: 23 milioni e 486 mila, ovvero il 59,4% della popolazione attiva. Un dato interessante soprattutto se confrontato con le narrazioni sulle “società signorili” in cui i cittadini che non lavorano sono di più rispetto a quelli che lavorano.  Al record storico — registrato in novembre dall’Istat, +0,1% su ottobre e +0,9% su novembre 2018 — contribuiscono soprattutto le donne: 35 mila occupate in più da ottobre a novembre su un totale di 41 mila, l’85% della nuova occupazione del mese. E i giovani nella fascia 25-34 anni: 34 mila in più su ottobre (a scapito della fascia di giovanissimi under 25 che scende di 10 mila occupati). Attenzione, però. Come spiega oggi Repubblica, il dato mensile non cancella una tendenza in atto da tempo. In Italia il lavoro è povero, poco produttivo, male remunerato. Il part-time dilaga, specie quello involontario. E specie tra le donne: una su due.

Aumentano gli occupati a tempo indeterminato: 67 mila in più tra ottobre e novembre e 283 mila extra sul novembre 2018. Mentre quelli a termine decrescono sul mese (-4 mila), ma avanzano sull’anno (+42 mila) e anche tra trimestri, dove corrono più che quelli stabili (+36 mila contro +26 mila tra settembre e novembre rispetto al periodo giugno-agosto). Risale la disoccupazione dei giovani under 25 di quattro decimi al 28,6%. Segnale non negativo, perché si riattivano. In un anno — tra novembre 2018 e 2019 — si registrano 203 mila inattivi e 194 mila disoccupati in meno e 285 mila occupati in più. Solo il 71% dunque ha trovato un posto.

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I dati sull’occupazione dell’ISTAT (La Repubblica, 10 gennaio 2020)

Lavoro pagato male e precario, dunque. Interessante a questo proposito l’elaborazione dei dati Inps degli economisti Paolo Naticchioni e Michele Raitano, ripresa in parte dall’ultimo Rapporto annuale Inps.

La quota di dipendenti privati con contratto “prevalente” a tempo parziale — vale a dire quello remunerato meglio — è cresciuta per le donne dal 3% del 1985 (la prima normativa sul part-time è stata introdotta nel 1984) al 48,6% del 2017. «Il ritmo di crescita fa supporre che per le donne ora siamo a un contratto su due», spiega Raitano. Nello stesso periodo gli uomini sono passati dallo 0,3% al 18%. E qui stiamo parlando dei migliori contratti a termine che un lavoratore stipula nell’anno, quelli meglio retribuiti.

Se quindi il tasso di occupazione è il più alto mai osservato in Italia, gli occupati recuperati rispetto al pre-crisi non sono gli stessi del 2008. Gli autonomi ad esempio, storicamente forti in Italia, sono stati ridimensionati dalla crisi e continuano a calare: dal 25% siamo al 22,5%. I lavoratori a termine erano il 10% ora siamo al 13,2% (3,1 milioni su 23,5 milioni). I part-time hanno sforato quota 4,5 milioni (secondo trimestre 2019) contro i 3,3 milioni di 10 anni prima. E tra questi crescono quelli involontari o fittizi con lavoro extra non regolamentato. Le imprese hanno ridotto l’orario per non licenziare.

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