Opinioni

La storia di un profugo

Lettera di Mauro Sabbadini, vicepresidente provinciale Arci

Egregio direttore,
oggi vorrei raccontare una storia, ambientata nell’Europa del XX o del XXI secolo, non importa molto. Tutto comincia con una giovane coppia che lascia la propria casa per fuggire alla guerra, alle persecuzioni e naturalmente alla povertà seguita alla guerra: il paese da cui scappano è la Polonia, la guerra è quella del ’14 -’18 e il paese scelto per costruire una nuova vita sarà il Belgio; qui, nel 1924 hanno il primo figlio, Adolphe, che più avanti sceglierà di chiamarsi Ralph. Nemmeno il tempo di iniziare il racconto e arriva una nuova guerra: la giovane coppia non è solo polacca ma anche ebrea e, con l’arrivo dell’esercito nazista, non c’è scelta se non divenire nuovamente profughi, attraversare il mare con un’imbarcazione di fortuna, da Ostenda a Dover, proprio nei giorni della battaglia di Dunkirk, su una nave stracarica e con gli aerei della Luftwaffe che danno la caccia alle navi in fuga lungo tutto il Canale. Due adulti e due bambini, che sfidano l’annegamento, la povertà e i gli aerei tedeschi perché solo in questo vedono una speranza per il futuro.
Superata la Manica verranno accolti in qualche modo, sperimentando sia la solidarietà di alcuni, sia l’antisemitismo di altri. Così come la miopia di chi crede che non valga la pena fare una guerra per difendere il Belgio o la Francia dai nazisti che, in fondo, non avevano attaccato l’Inghilterra per primi. O di chi pensa che, con una guerra in corso, non ci sia spazio per accogliere profughi.
Ma il giovane Ralph non è tipo da farsi scoraggiare: impara l’inglese, finisce la scuola e parte volontario con la Royal Navy, da straniero, con l’idea di aiutare a liberare il paese dove è nato e nel quale, ironicamente, è ancora considerato straniero.
Ralph, che negli anni successivi si opporrà con forza a nuove guerre, fa il suo dovere di marinaio di leva e ne viene ricompensato con la cittadinanza britannica, nel ’46 si iscrive alla London School of Economics, l’università privata creata decenni prima dai sindacati e dalla Fabian Society per dare al Regno Unito una scuola che contribuisse a cambiare l’ideologia imperiale della Gran Bretagna del capitalismo ottocentesco. Diviene così professore di filosofia e di scienze politiche, divenendo negli anni ’60 uno dei principali filosofi inglesi; oltretutto un filosofo particolare: marxista, rivoluzionario, fra le voci più forti di quella che doveva venire ricordata come la New Left britannica.
Un “ospite” che inneggia alla rivoluzione? Sì, eppure nessuna persona di buonsenso lo accusa di essere uno straniero che dovrebbe ringraziare per l’ospitalità, anziché inneggiare al sovvertimento della monarchia. A pochi anni dal suo arrivo temerario Ralph è un cittadino come un altro, sia per chi condivide le sue idee, sia per chi le osteggia.
Ralph Miliband morirà per problemi cardiaci nel 1994, troppo presto per sapere che suo figlio maggiore David sarebbe divenuto Segretario del Foreign Office (ministro degli esteri) o che il minore, Ed, avrebbe fatto il leader dell’opposizione per 5 anni, dimettendosi solo dopo aver sfiorato la possibilità di diventare Primo Ministro.
Negli ultimi tempi ho ripensato molto a questa storia, è simile per alcuni aspetti ad altre che hanno avuto impatto sulla politica mondiale degli ultimi anni: l’ex presidente francese Nicolas Sarkozy, l’ex segretario di stato USA Madeleine Albright, l’ex vicecancelliere tedesco Philipp Roessler, hanno tutti un passato che nasce da storie di profughi e rifugiati di guerra. E già questo ci interroga: probabilmente nascere lontani dal proprio paese per effetto dell’ingiustizia spinge a impegnarsi per il bene comune, o forse il fatto di partire svantaggiati dà motivazioni addizionali per cercare di recuperare il terreno perduto? Interrogativi che restano validi anche nel caso in cui si sia particolarmente critici verso le politiche che questi uomini e donne si trovano poi a interpretare.
Personalmente i Miliband li ho conosciuti un po’ più degli altri, prima leggendo i libri di Ralph, poi trovandomi a far causa comune, molto parzialmente, con Ed che mi è anche capitato di incontrare due volte a Londra.
Incontrandoli, materialmente o nelle letture, non ho mai potuto fare a meno di pensare a quanti come loro, oggi, affidano il proprio destino alla clemenza del mare, alla dubbia abilità di piloti improvvisati di barconi, a trafficanti di profughi tra le rive del Mediterraneo. Quanti Miliband abbiamo perduto nell’ultimo naufragio nel canale di Sicilia? Quanti altri abbiamo perso non “accogliendoli a casa nostra”, come fecero gli inglesi e altri in momenti diversi?
Quanta vita, energie e intelligenze vengono sottratte al nostro futuro in queste stesse ore? E, soprattutto, quand’è stato che la nozione, un tempo ovvia, che i profughi devono essere assistiti, si è riempita di “se” e di “ma”, per giungere addirittura ai demenziali eccessi dei respingimenti in mare o dei blocchi navali? Alla truce contabilità sul numero di miglia marine oltre le quali non è più necessario effettuare salvataggi, o alla folle preoccupazione di politici locali che temono di essere messi in crisi da poche decine di persone.
Ed Miliband, sfidando il clima anti immigrazione montante anche nel suo Paese, in piena campagna elettorale, dichiarò che non è pensabile ritenere che accogliere i profughi sarebbe una sorta di incentivo a farli partire dai propri paesi, poiché un simile ragionamento equivarrebbe a dire che farli morire in mare sarebbe un possibile e accettabile disincentivo, “credo che noi tutti siamo migliori di così”, concluse.
La storia delle elezioni gli ha dato torto? Forse no, visto che il suo avversario ha vinto principalmente in zone rurali e periferiche, dove gli immigrati si vedono di rado e i profughi solo in Tv, però certo la sua sconfitta porta con sé anche il ritiro della proposta di mandare la marina britannica ad effettuare missioni di salvataggio nel mediterraneo. Una proposta che, per inciso, sarebbe andata anche nella direzione di aiutare i paesi di confine, come l’Italia da tempo chiede.
Non devo, al termine di questa lunga lettera, trarre alcuna conclusione, credo che i fatti da soli insegnino qualcosa, spero solo che noi tutti troviamo, da qualche parte, la capacità di dare ascolto alla realtà prima ancora che ai sentimenti.
Cordialmente, Mauro Sabbadini
Vicepresidente Provinciale Arci