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La nuova proposta del MoVimento 5 Stelle sui vitalizi

«eri è stata decretata la chiusura definitiva della possibilità di andare a votare a giugno. Gli altri partiti sono tutti contenti perché si avvicinano alla pensione di settembre, ma lunedì avranno una brutta sorpresa»: Luigi Di Maio è stato sibillino stamattina a Pomigliano d’Arco durante una visita ad un’impresa che ha usufruito del microcredito. Ma la sorpresa che il MoVimento 5 Stelle sta preparando è oggi sulla Stampa in un articolo a firma di Ilario Lombardo.

La nuova proposta del MoVimento 5 Stelle sui vitalizi

La polemica sui vitalizi, rinfocolata persino da Matteo Renzi qualche tempo fa, nasce dalla teoria del complotto che vorrebbe i parlamentari pronti a rimandare ogni ipotesi di elezioni anticipate prima di settembre perché altrimenti “non si intascano il vitalizio”. In realtà il vitalizio inteso come rendita parzialmente alimentata da un prelievo sull’indennità del periodo di esercizio della carica che veniva erogata sotto una certa soglia di età è stato abolito nella riforma del 2012, che ha introdotto il metodo di calcolo contributivo: oggi il diritto al trattamento pensionistico si matura al conseguimento di un duplice requisito, anagrafico e contributivo. Pertanto, il parlamentare ha diritto al vitalizio dopo avere svolto il mandato parlamentare per almeno 4 anni e mezzo e una volta compiuti 65 anni di età. Per ogni anno di mandato oltre il quinto, il requisito anagrafico è diminuito di un anno sino al minimo di 60 anni. E proprio su questa caratteristica vuole agire il MoVimento 5 Stelle costringendo deputati e senatori a versare i contributi alle proprie casse previdenziali, quelle in cui versavano chi lo faceva avendo un lavoro – prima di essere eletti.

I parlamentari agli esordi, che hanno resistito 4 e 6 mesi sul proprio scranno, avranno il privilegio di un vitalizio, in realtà ormai ridotto martellata dopo martellata dalle varie riforme dal 2011 in poi a quasi una semplice pensione, di cui si potrà fruire compiuta l’età. Ma i 5 Stelle fanno un passo ulteriore per renderla del tutto simile a quella di un qualsiasi altro italiano. La proposta che ha ricevuto il marchio di Beppe Grillo è formulata attraverso un parere dell’ufficio di presidenza di Montecitorio. E saranno proprio i tre componenti grillini dell’organo della Camera a presentarlo in conferenza: Di Maio, Riccardo Fraccaro e Claudia Mannino, una presenza quest’ultima che ha suscitato un po’ di stupore anche tra i pentastellati, perché è tra i deputati sospesi in quanto indagata sulle firme false di Palermo.

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La riforma del sistema dei contributi previdenziali (La Repubblica, 27 dicembre 2016)

Il meccanismo, dunque, sarà semplice: i contributi da parlamentare finiranno agli enti previdenziali di provenienza e non più nel bilancio di Camera e Senato. «Come è per ogni altro cittadino», sostengono Di Maio e i colleghi. L’automatismo avrebbe provocato lo svuotamento delle casse del Parlamento che si sarebbe così trovato ad avere difficoltà ad erogare le pensioni già cumulate. La soluzione individuata dai grillini è di far scattare il prelievo nel momento in cui il parlamentare matura il diritto di ricevere il suo assegno.

Una proposta quindi molto simile a quella del renziano Matteo Richetti, che però giace da secoli in commissione.

La proposta morta di Richetti

Il progetto di legge di Richetti prevede il ricalcolo per tutti con il sistema contributivo: si prende il versato, si calcola il montante contributivo con i coefficienti della Fornero e si ricava la pensione a cui si ha diritto. Come per tutti i lavoratori. “Ovviamente questo porterà ad una drastica riduzione degli assegni erogati, ma non viene leso nessun diritto acquisito. Piuttosto si cancella un privilegio e si riafferma il principio costituzionale di uguaglianza tra i cittadini”, concludeva all’epoca il deputato.

C’è poi da segnalare un’altra incongruenza: e i contributi dei parlamentari che sono entrati a Montecitorio o a Palazzo Madama da disoccupati come finirebbero?