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L'eterno ritorno della storia del vitalizio a rischio

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Probabilmente l’argomento ce lo porteremo dietro fino allo scioglimento delle Camere. Oggi tocca a Diodato Pirone sul Messaggero dare conto dell’ennesima storia nata intorno alla questione dei vitalizi (che non esistono più dal 2012) e di fantomatiche proposte di sanatoria. Secondo l’articolo a Montecitorio e a Palazzo Madama hanno cominciato a lavorare per “eliminare una penalizzazione”, ovvero quella che impedisce a deputati e senatori con meno di 4 anni, sei mesi e un giorno di lavoro (che scatteranno il 15 settembre 2017) in Parlamento di riavere i contributi finora versati.

L’eterno ritorno della storia del vitalizio a rischio

La polemica ricominciò subito dopo il voto del referendum il 7 dicembre scorso dopo un articolo di Libero che ne parlava: la tesi era che i parlamentari non volevano andare a votare prima di settembre perché in quel mese sarebbe scattato il vitalizio. In realtà, come sappiamo, il vitalizio inteso come rendita parzialmente alimentata da un prelievo sull’indennità del periodo di esercizio della carica che veniva erogata sotto una certa soglia di età è stato abolito nella riforma del 2012, che ha introdotto il metodo di calcolo contributivo: oggi il diritto al trattamento pensionistico si matura al conseguimento di un duplice requisito, anagrafico e contributivo. Pertanto, il parlamentare ha diritto al vitalizio dopo avere svolto il mandato parlamentare per almeno 4 anni e mezzo e una volta compiuti 65 anni di età. Per ogni anno di mandato oltre il quinto, il requisito anagrafico è diminuito di un anno sino al minimo di 60 anni. Qualche giorno fa è stato poi Matteo Renzi a scatenare di nuovo la polemica in un’intervista via sms a Giovanni Floris che ha scatenato le ire dei suoi deputati.

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La risposta all’sms di Floris di Matteo Renzi sui vitalizi (foto da: Polisblog)

Oggi, sostiene il Messaggero, si lavora a una modifica del regolamento parlamentare da effettuare su quello di una delle due Camere per stabilire che in caso di fine della legislatura potrebbe essere consentito ai parlamentari di versare per proprio conto i contributi mancanti a raggiungere la soglia minima per il riscatto di quei contributi: una possibilità peraltro garantita a tutti gli altri lavoratori. In questo modo si riscatterebbero quei contributi, che ad ogni modo, come detto, ridetto e stradetto, NON sono un vitalizio (altrimenti non avrebbero questi problemi):

«All’epoca io segnalai che la cosa non funzionava – dice l’onorevole Luisa Gnecchi, una vita come dirigente dell’Inps, e ora fra gli oracoli della previdenza a Montecitorio- Gli eletti dovrebbero essere trattati come gli altri lavoratori e poter sommare i contributi dei vari lavori che compiono nella vita. Ma Camera e Senato sono finanziariamente autonome in quanto organi costituzionali e allora si stabilì di mantenere fondi previdenziali autonomi delle due Camere nei quale versare i contributi dei parlamentari con regole che oggi somigliano ad un autogol».
E che autogol! In media un parlamentare versa per proprio conto ogni mese circa 900 euro di contributi nei fondi di Camera e Senato e questo vuol dire che a marzo ognuno dei circa 600 “neo”-parlamentari avrà accumulato un tesoretto di circa 43.000 euro di contributi pari a 26.000.000 complessivi. Un bel gruzzolo che – se la legislatura dovesse finire prima del 15 settembre – andrebbe letteralmente in fumo.«Non c’è alternativa-spiega la Gnecchi- Servirebbe una legge per consentire ai parlamentari di poter unire questi contributi agli altri che hanno presso l’Inps».

Il cavillo verrebbe incontro ai parlamentari di ogni colore. Alla Camera i deputati che il 15 settembre maturano il diritto alla pensione sono 209 del Pd, 91 grillini, 41 del Gruppo Misto, 31 di Sinistra e libertà,15 Civici e Innovatori, 12 di Alleanza Popolare,12 di Centro democratico, 12 di Forza Italia, 7 di Scelta civica, 5 della Lega e 3 di Fratelli d’Italia.

Le tante bufale sui vitalizi

Una modifica del regolamento, quindi. Che però nessuno finora ha auspicato pubblicamente e sul quale nessun partito, vista la spinosità del tema, ha ancora assicurato copertura politica. Mentre il rischio è che muoversi in questo ambito inneschi di nuovo la polemica sui vitalizi scatenata dai grillini e cavalcata da Renzi qualche giorno fa. Anzi: quando si era diffusa la voce di una modifica  in rampa di lancio a Montecitorio che «può segnare una svolta, un punto in favore dei renziani: convincere peones e new entry parlamentari a chiudere anzitempo la legislatura con una contropartita niente male. Una “buonuscita” da 50 mila euro cash. Passa attraverso l’abrogazione di qualsiasi pensione in favore di deputati e senatori a partire dalla diciottesima legislatura, la prossima: i 950 euro netti mensili da incassare a 65 anni dopo una sola legislatura (1.500 a 60 anni dopo due)», erano arrivate le furiose smentite del PD:

Il capogruppo Pd alla Camera Ettore Rosato ha fatto sapere ieri: “Le congetture sulle pensioni dei parlamentari sono fantasia, il Pd non ne ha mai discusso e nessuna modifica è stata né ipotizzata né pensata”. E il vicepresidente della Camera Roberto Giachetti gli ha fatto eco: “Io non ho firmato nessuna proposta”. Anche la vicesegretaria del Pd Debora Serracchiani ha parlato di notizia falsa: “Dal quartier generale del M5S stanno lanciando le bufale della disperazione”.

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La riforma del sistema dei contributi previdenziali (La Repubblica, 27 dicembre 2016)

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