Economia

La crisi delle banche e i banchieri che si aumentano gli stipendi

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Le banche sono in crisi e vanno salvate con i soldi pubblici. Gli stipendi dei banchieri no. Quelli non soffrono alcuna crisi, per fortuna, mentre gli obbligazionisti delle aziende bancarie in difficoltà tremano per le conseguenze del bail-in e gli azionisti vedono i loro investimenti bruciati dal crollo del 55% dei titoli del settore negli ultimi 12 mesi. Racconta Ettore Livini su Repubblica:

Gli amministratori delegati degli otto big tricolori si sono regalati infatti nel 2015 un aumento di stipendio medio del 9,7%. Non solo: il valore della parte azionaria dei loro compensi – in sostanza le stock option monetizzate lo scorso anno – è cresciuto del 68%. Le buste paga dei Paperoni degli sportelli di casa nostra – con buona pace delle turbolenze di queste settimane – si sono gonfiate persino di più di quelle dei loro colleghi del resto del mondo: i compensi dei maggiori Ceo bancari internazionali – calcola uno studio di Equilar e del Financial Times – sono saliti lo scorso anno “solo” del 7,6%.


E l’elenco dei protagonisti che hanno lasciato con le tasche piene è eccezionale:

Gianni Zonin ha lasciato la Popolare di Vicenza sull’orlo del crac staccandosi per gli ultimi undici mesi di lavoro un assegno-ricordo di un milione di euro. Cinque ex-dirigenti della banca sono usciti di scena con lo zuccherino di 5,2 milioni di buonuscita. Quattro dei quali destinati all’ex-ad Samuele Sorato. I loro sostituti, visto l’andazzo, hanno messo le mani avanti e si sono fatti anticipare una buonaentrata da 2,67 milioni per prendere in mano la patata bollente passatagli dai predecessori. La fabbrica italiana delle liquidazioni milionarie, del resto, non conosce crisi. E non smette di sfornare paracaduti d’oro nemmeno di fronte a flop conclamati. Antonio Vigni ha mollato nel 2012 il Monte Paschi di Siena lasciando in ricordo alla città del Palio un bilancio in rosso per quasi 5 miliardi ma consolandosi a livello personale con una buonuscita da 4 milioni.
Siamo lontani dai 20 milioni di premio alla carriera per l’ex-numero uno di Capitalia Cesare Geronzi, ai 37,4 incassati dall’istituto capitolino da Matteo Arpe e dall’assegno di 40 milioni finito ad Alessandro Profumo quando ha dato l’addio a Unicredit. Ma almeno loro hanno lasciato in eredità aziende (allora) in salute. Non si può dire altrettanto, ad esempio, per Luca Bronchi, finito nel mirino degli ispettori spediti da via Nazionale in Banca d’Etruria per la liquidazione da 1,2 milioni di euro che gli è stata assegnata dal cda nel 2014 alla vigilia del crac «nonostante il grave deterioramento della banca e senza contestargli responsabilità specifiche».

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