Economia

La Cina cresce meno, ma non è solo colpa dei dazi di Trump

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L’economia cinese cresce ai ritmi più bassi degli ultimi 27 anni. Una crescita soft per uno dei motori più vitali al mondo che stride con gli annunci trionfalistici del Presidente della Repubblica Popolare Cinese Xi Jinping, che lo scorso anno aveva pronosticato dei numeri esaltanti per l’economia del Dragone durante il 70esimo anniversario della nascita della Repubblica Popolare, quest’anno. Lo dicono gli indicatori economici ufficiali rilasciati dall’Ufficio statistico cinese che, in linea con le previsioni degli esperti, hanno segnato per il secondo quadrimestre di quest’anno un +6.2 percento, 0.2 punti percentuali in meno rispetto ai primi quattro mesi del 2019. Per ritrovare numeri così bassi nell’economia cinese bisogna scorrere i dati del primo quadrimestre del 1992, anno cruciale per l’economia del gigante asiatico, visto che proprio a quel periodo risalgono una serie di privatizzazioni e di riforme in campo sociale, economico e bancario di istituzioni obsolete risalenti al periodo di Mao Tse-tung, poi risultate fondamentali per il successivo boom economico. In molti hanno dipinto come una crisi quello che è solo un piccolo rallentamento della crescita economica cinese. Va detto che se una crescita del genere si fosse registrata in Italia si sarebbe gridato ad un nuovo «miracolo economico» simile a quello del secondo dopoguerra. Ma la Cina, che negli ultimi 16 anni è andata in doppia cifra per ben sei volte per quanto riguarda l’incremento del Pil, è abituata a ben altre performance economiche.

La Cina cresce meno, ma non è colpa dei dazi di Trump

Per il 2019 il primo ministro del Consiglio di Stato Li Keqiang ha fissato l’asticella della crescita tra il 6 e il 6.5 percento, comunque una delle più basse dagli anni ‘90. I dati, secondo gli esperti della Reuters, sarebbero effetto sia del calo della domanda interna sia di quella esterna, influenzate dalla pressione commerciale da 250 miliardi di dollari l’anno su scarpe, abbigliamento, mobili, giocattoli e prodotti elettronici, voluta a maggio dagli Stati Uniti a causa dei crescenti malumori della nuova impasse nelle trattative tra Cina e Stati Uniti. Come scrive oggi il Corriere, le sanzioni «hanno ridotto l’export verso gli Usa del 14 percento, cancellando 18 miliardi di dollari». Una tesi rivendicata anche da Trump, che con un tweet ha spiegato come le tariffe sui prodotti cinesi stia avendo degli effetti «significativi» e come molte aziende siano in fuga da Pechino.

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Si tratta però di un’analisi parziale soprattutto se si analizzano le vendite al dettaglio, quelle dirette al consumatore, che a giugno sono balzate al 9,8% rispetto a un anno fa, e all’8,6 percento rispetto allo scorso di maggio (5 percento), ben al di sopra delle stime degli analisti della Reuters. Su questo filone sono da considerare positivi i numeri record della produzione dell’acciaio, colpita dalle precedenti sanzioni americane, senza però che il comparto cinese ne risentisse veramente. Mao Shengyong, portavoce dell’Istituto di statistica, ha commentato i dati non adducendo al mancato accordo tra Cina e Stati Uniti ma dicendo che «la situazione economica è ancora difficile, sia in Cina che all’estero, la crescita economica globale sta rallentando mentre aumentano le instabilità e le incertezze esterne». In generale sono stati riscontrati dati positivi anche per quanto riguarda la produzione industriale, aumentata del 6,3 per cento rispetto l’anno precedente, dopo essere crollata a maggio al minimo degli ultimi 17 anni. Al contrario, sono infatti negativi, i dati complessivi diffusi venerdì dal governo cinese sulle importazioni e sulle esportazioni. Le prime diminuite rispetto al giugno scorso del 7,3 percento, mentre le seconde si sono ridotte dell’1,3 percento rispetto l’anno precedente. In sostanza, da quanto emerge, la domanda interna è stata assorbita dalla produzione cinese, che ha di fatto in parte sopperito a quanto veniva acquistato e venduto in precedenza dai produttori esteri.

Trump Xi Jinping g20 1

Nonostante i primi screzi risalgano al marzo 2018 i numeri evidenziano come la guerra protezionistica voluta da Trump sia più psicologica che commerciale, più legata quindi all’incertezza che si diffonde tra gli operatori economici piuttosto che dai dati. Se si analizza il grafico delle esportazioni, infatti si noterà che dal 2018 c’è stato solo un brusco calo (del 21 percento) a febbraio 2019, soprattutto per le lunghe vacanze del Capodanno cinese, ma che poi i valori siano tornati all’incirca sui livelli precedenti. Inoltre a giugno, il surplus commerciale tra Cina e Stati Uniti, che Trump ha più volte dichiarato di voler abbattere, è stato di ben 29,92 miliardi di dollari, maggiore rispetto ai 26,89 miliardi di dollari del mese precedente e a quello di aprile. Un segno lampante che la strategia dei dazi non funziona come sperato da Trump. Esattamente come per la prima metà del 2019 quando il surplus commerciale della Cina con gli Stati Uniti è stato di 140,48 miliardi di dollari, ben superiore ai 133,76 miliardi della prima metà del 2018. Secondo alcuni esperti per capire veramente il rallentamento della crescita cinese bisogna tener conto anche degli effetti del rallentamento europeo e della crisi nel mercato finanziario cinese, che recentemente ha subito numerosi scossoni. Da tempo il governo sta varando una serie di misure volte a incentivare la crescita. Recentemente Li Keqiang ha detto che la Cina farà un uso tempestivo dei tagli ai coefficienti di riserva delle banche, il che equivale a dire che faciliterà la liquidità nelle casse degli istituti di credito e quindi l’erogazione dei prestiti, soprattutto quelli a favore delle imprese più piccole, che in Cina hanno registrato una perdita di posti di lavoro più veloce rispetto alle concorrenti all’interno della crisi globale. Si tratta, secondo quanto commentato dal New York Times, di un altro grosso problema visto che in Cina molte banche tendono a concedere prestiti più alle grandi aziende statali che alle piccole imprese, un fattore che nel lungo periodo ha danneggiato il settore privato, spesso per timore di incorrere in errori di valutazioni e sanzioni penali. Li Keqiang ha però precisato che non si tratterà di «stimoli a pioggia», questo nonostante gli sgravi fiscali per le imprese per circa due miliardi di yuan (circa 258 miliardi di euro) e l’emissione di bond speciali da 2.15 trilioni di yuan (circa 190 miliardi di euro) per costruire nuove infrastrutture. Il fine è non aumentare eccessivamente il deficit, che passerà al 2,8% del Pil rispetto al precedente 2,6%, e non appesantire il debito pubblico, il cui rapporto tra debito aggregato (governo, società e famiglie) e Pil del Paese ha raggiunto il 254% nel quarto trimestre del 2018, il livello più alto dal 2013. Tanto per rendere conto del progressivo peggioramento dei conti cinesi, un decennio fa il rapporto debito aggregato-Pil era circa la metà. Tutti questi fattori gettano incertezze sul futuro economico cinese, ed è molto probabile che le misure varate non siano sufficienti e che nei prossimi mesi il governo dovrà intervenire nuovamente. Basti pensare che dal 2018 la Banca Popolare Cinese, la banca centrale, ha tagliato i coefficienti di riserva delle banche per ben sette volte.

Il presidente della Cina

 

Oltre al comparto immobiliare, cresciuto al 10.1 percento (+0.6) rispetto al 9.5 percento registrato nel 2018, e agli investimenti fissi (macchinari, terreni), in lieve aumento, uno dei termometri per valutare sana un’economia è la vendita delle automobili. Il mercato cinese da solo rappresenta un terzo del mercato globale delle vendite, ed risultato in espansione per ben tre decadi consecutive. Già dal 2018 però, si è registrato un’inversione di tendenza, pari ad una contrazione del 2.76 percento, tanto che il governo ha poi deciso di varare una serie di incentivi per favorirne il rilancio, destinati per lo più agli abitanti delle zone rurali e ai possessori di auto ad approvvigionamento energetico obsoleto. Ma i più recenti dati diffusi dall’Associazione dei Costruttori Automobilistici cinese hanno evidenziato come questi sforzi siano stati vani. Tanto che a giugno è stato registrato un calo delle vendite del 9,6 percento rispetto all’anno precedente, che corrisponde alla vendita di 2,06 milioni di veicoli. Per quanto riguarda il primo semestre, le vendite sono calate del 12%, toccando quota 12,32 milioni, il più debole in quattro anni. L’economista Julian Evans-Pritchard ha confessato alla Reuters di «dubitare che i dati di luglio segneranno un’inversione di tendenza». Una brutta notizia per tutte le aziende automobilistiche mondiali e anche per l’americana Ford, che nell’ultimo periodo qui ha registrato un calo di vendite del 27 percento rispetto al 2018. Stessa sorte per la tedesca Volkswagen, che a maggio ha registrato una contrazione del 10 percento dei profitti complessivi, in parte giustificato proprio dal calo delle vendite in Cina.

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