Opinioni

Jole Santelli, i tamarri della Cittadella e Gabriele Muccino

Parliamoci chiaro : il “brand Calabria”, al tempo della Santelli, è superbamente, titanicamente tamarro. Del resto, i prodromi di questa “picarissima” strategia di promozione della nostra terra erano facilmente rinvenibili nel ritornello elettorale “Jole col sole”. Una cagata pazzesca! Di più: la modulazione paesanotta di un bombardiere B-52 (stile Apocalypse now), in grado di sventrare tremila anni di storia del pensiero occidentale da Anassimene a Battisti-Mogol. Nel frattempo, lo “stile caciottaro”, tra dichiarazioni di indipendentismo da Luci a San Fili e parossistici orecchini barocchi, è andato sempre più affinandosi, dando via via il due di picche persino alle rurali consonanti doppie, trine e quadruple di Mario Oliverio da San Giovanni in Fiore. In verità, il marchio Maruzzu, se comparato al ” tirullallerismo jolandico”, fa la sua porca figura: pare Jackye Kennedy- Onassis a bordo del Cristina. Audrey Hepburn di Colazione da Tyffany. La classe, d’altro canto, non è necessariamente Acquappesa! Talvolta, Lorica. Sempre che non si pretenda, da forzuta italica, di piazzarvi i prefabbricati, che fanno tanto ceto medio anni ’70, con l’ombrellone Algida sul terrazzino. Se poi ti colleghi con Del Debbio e dici al Paese tutto: “L’unico rischio per chi viene in Calabria è quello di ingrassare perché qui si mangia bene”, realizzi il transfert perfetto con ‘Ndonetta di Malvito, cantrice delle virtù catartiche del capocollo e del colesterolo. Una botta di popolarità che nemmeno Natuzza da Paravati, con annesse stimmate e tappine. Minchia, signor tenente! La casalinga di Voghera, a questo punto, capisce che non c’è più trippa pe’ gatti e sbaracca dall’immaginario Mediaset in men che non si dica. D’altro canto, lei funzionava #finoallafininvest. E l’audience, dopo l’avvento trionfale di Jole a Pomeriggio 5, non conteggia neanche uno, che sia uno, del Duo di Piadena. Siamo nei pressi del trionfo della soppressata, come egida gloriosa del separatismo del Savuto e della Valle d’Esaro. La secessione della mezzadria di Calabria può dirsi compiuta!

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Sennonché, il marketing metatammarico, provincialotto e panzuto, ha necessità di nutrirsi di altri archetipi, che non coincidano necessariamente con la saccente, e sin troppo chic, cipolla di Tropea. Ci vuole il colpo d’ali. La botta di vita. L’uscita in mare aperto. Lo sbraco con rutto reiterato. Cosicché il “cafone arricchito”(con il culo dei soldi di noi altri), esterofilo per antonomasia, che riveste di pelle gli interni della suo macchinone, avendo cura di tenere una mazzetta consistente di banconote nel cruscotto e che millanta “amicizie importanti a Roma”, divenga fonte di ispirazione unica per l’azione di governo a Germaneto. Prototipo dell’agire politico calabro. Il cafone arricchito  la declinazione al maschile è cedevole) sembra anche munifico, generoso. In realtà è gradasso. Spaccone. Offre tre notti in albergo a turisti indigeni, presupponendoli, di fatto, morti di fame e sfigati. Titolari, al massimo, di borsello a tracolla e di sandalo marrone- francescano, che non divorzia mai da calzino bianco. Nel caso dei signori. O di mollettone rosa contenitivo di tinture ossigenate, irreversibilmente arse, nel caso delle signore. Il buzzicone suddetto(la declinazione al maschile è reversibile) osa altro ancora: elargisce una cena a chi scelga di venire in Calabria, sancendo anche qui le caratteristiche di un target pezzente, in esodo dalle palazzine popolari della Gescal di Quarto Oggiaro, da irretire con il buono pasto della mensa ferroviaria di San Calogero. Il tanghero, dunque, si fa istituzione. Tramuta in brand. Intanto il tempo stringe e c’è la reputazione della Calabria da mettere in salvo. Ci prova Klaus Davi con la cosiddetta pubblicità comparativa. Una sorta di persuasione “chirurgica”, in nome della quale, per valorizzare la patata ‘mpacchiusa, devi dire che il radicchio veneto fa cagare. Scoppia Casamicciola. S’incazza Zaia da Conegliano. Jole lo chiama “piagnone”. Se Zaia è piagnone, Berlusconi è la piccola fiammiferaia. Giuro! A questo punto, ci vuole lo scatto di reni definitivo. Il “tamarro-Istituzione” vuole che lo si conosca, così com’è, oltre Bassano del Grappa. Nel mondo. E convoca Muccino, Gabriele Muccino, il cui sguardo implicante ha da sempre perlustrato gli ingorghi d’anima, i lividi del cuore, i calcinacci dell’inconscio sentimentale di quarantenni tormentati o giù di lì. Chi scrive non ha mai subito la folgorazione delle sue opere. Sorrentino, per dire, mi acchiappa di più. E tuttavia, a Gabriele occorre indirizzare i sensi di un’avvertita solidarietà. Dovrà occuparsi di agrumi. Non sarà semplice, per lui, narrare le inquietudini paraerotiche, simil- edipiche del bergamotto di Reggio Calabria. Così come i rossori adolescenziali e i palpiti clitoridei di una clementina coriglianese. Se poi, ci metti anche lo scrutinio cinematografico dei reiterati adulteri del cedro di Scalea, notoriamente sciupafemmine, l’impresa si complica a dismisura. Nonostante il milione e settecentomila euro a sostegno della propulsione creativa. Roba tosta, ragazzi. Impervia assai. Da ultimo bacio alla carriera.

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