Opinioni

Italia, la corsa sfrenata verso la bancarotta

La corsa sfrenata verso il baratro della bancarotta prosegue senza incontrare ostacoli dopo che Tria è stato piallato e levigato come una tavola di noce. E in un tripudio di grugniti entusiastici il governo continua imperterrito a pigiare sull’acceleratore: dalle elezioni del 4 marzo sono raddoppiati gli interessi che il contribuente italiano paga sui titoli pubblici a dieci anni. In sostanza per i risparmiatori di tutto il globo l’Italia è un debitore appestato peggiore della Grecia levantina fallita.

Ragli e grugniti ministeriali veicolano ossessivamente e istericamente ai telelobotomizzati la fandonia che l’Unione Europea e l’Unione Monetaria non possano fare a meno dell’Italia. Ma la frusta della realtà si abbatte impietosamente sulle terga dei quadrupedi coperte di setole e peli. Nel 2011-2012 lo spread, cioè il divario tra i rendimenti dei Bund tedeschi e quello dei BTP italiani era parte di un fenomeno che investiva tutti i PIGS. Quindi minacciava davvero la tenuta dell’euro, mentre oggi tra i PIGS a patire è rimasto solo uno: il governo italiano. Gli effetti dei vaneggiamenti giallo-verdi si ripercuotono brutalmente solo sull’Italia e sul suo settore bancario che ormai balla sull’orlo di un’altra crisi ancora più virulenta di quella che ha travolto Banca Etruria le popolari venete. Senza dimenticare una decina di altre banche “del territorio”, cioè gestite da mediocri truffatori di provincia collusi con politici corrotti e canaglie spacciatesi per imprenditori.

Insomma, per spiegare a chi ha fatto tre anni di militare nelle sale giochi a Pomigliano o nei centri sociali dei punkabestia milanesi, possiamo dire che il governo italiano cuoce nel suo brodo mefitico da solo, tra le crasse risate del mondo civile. E le minacce dei salvicoli, che strillano al complotto, non spaventano nemmeno le mosche coprofaghe. Per il momento la gente è semplicemente confusa e inebetita da un’informazione televisiva vergognosa, gestita dalle solite amebe in spasmodica gara per sdraiarsi di fronte ai potenti di turno. Ma come in tutti i drammi epocali, dopo la fase improntata a negare l’evidenza, a chiudere gli occhi di fronte alla catastrofe che avanza, a un certo punto scatta il panico. Nel caso specifico la gente più avveduta ha già provveduto a ritirare i soldi dalle banche italiane e a metterli in salvo. Quando la piena della corsa agli sportelli diventerà inarrestabile non basteranno osceni discorsi patriottici dai balconi a ristabilire la calma. Appena la crisi di fiducia attaccherà il cuore del sistema bancario l’intera economia collasserà perché senza credito non esiste economia, soprattutto in Italia dove le imprese (incluse quelle dei geni che votano Lega) non hanno capitali e molte sono indebitate fino al collo.

investimenti pubblici produttività

Che la crescita possa essere rilanciata dagli investimenti pubblici è una pia illusione: basta guardare il grafico compilato da Italia Dati Alla Mano per accertarsi che la produttività non risponde certo alle ubbie di qualche burocrate che butta fondi pubblici nella toilette (di foggia turco-venezuelana) per favorire gli amici degli amici. In un paese dove l’Amministrazone Pubblica non riesce a ricoprire le buche nelle strade della Capitale dovremmo credere che gli investimenti pubblici produrranno sortilegi come Mandrake? Sotto la guida di un governo che in un mese e mezzo non è riuscito a scrivere il decreto per iniziare a ricostruire un ponte crollato a Genova? Di ministri che una settimana dopo averla annunciata e averla festeggiata in piazza, non sono riusciti ancora a scrivere la Nota Aggiuntiva al DEF, perché non sono in grado di fare calcoli aritmetici elementari?  Il moltiplicatore della spesa pubblica finanziata con cambiali (lasciate in eredità ai figli) è una favola per bamboccioni con deficit cognitivi, un Campo dei Miracoli a cui abboccano solo i disadattati sociali fuoricorso. Se non fosse una favola non ci sarebbero MAI crisi economiche, MAI recessioni e soprattutto MAI povertà. Infatti solo la macchietta tragica di un politicante da marciapiede poteva dichiararne l’abolizione a reti ed edicole unificate.

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Fabio Scacciavillani

Fabio Scacciavillani dopo aver conseguito il Ph.D. in Economia all’Università di Chicago (dove è stato assistente del Premio Nobel Merton Miller), ha lavorato al Fondo Monetario Internazionale, alla Banca Centrale Europea (nel periodo pioneristico dell’unione monetaria), a Goldman Sachs, al Centro Finanziario Internazionale di Dubai e in Confindustria. Attualmente è il Capo della Strategia del fondo sovrano dell’Oman che gestisce i proventi delle esportazioni petrolifere del Sultanato. Nelle pubblicazioni e nell'attività professionale si è concentrato su tassi di cambio, politica monetaria, riforme strutturali e mercati finanziari. E’ ospite fisso su Bloomberg TV ed editorialista del Fatto Quotidiano. Ha scritto “Tremonti: Il Timoniere del Titanic” con Giampiero Castellotti e “The New Economics of Sovereign Wealtyh Funds” con Massimiliano Castelli.