Economia

Italexit: cosa fare se l'Italia esce dall'euro

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Il Giornale pubblica oggi uno speciale dedicato all’Eurocrac e all’Italexit, ovvero alla possibilità, per ora remota, che in seguito a qualche choc finanziario o politico la moneta europea vada in frantumi. Marcello Zacché sostiene che un possibile riferimento utile può essere quello della notte tra il 9 e il 10 luglio 1992, quando a Palazzo Chigi il premier Giuliano Amato scrisse il decreto legge n.333 che istituiva, tra le altre cose, un prelievo del 6 per mille su tutti i tipi di depositi bancari. Il decreto fu emesso lunedì 11 e prevedeva (art.7, punto 6) che il prelievo venisse effettuato sulle somme giacenti alla data di sabato 9 luglio due giorni prima.

Allora, posto che nessuno in buona fede può dire oggi come funzionerebbe un’uscita dall’euro, soprattutto se unilaterale, quello che si può immaginare è che nei confronti delle attività, mobiliari e immobiliari detenute legalmente da cittadini italiani si accenderà un faro bello luminoso. Secondo le previsioni più diffuse, una nuova lira si svaluterebbe di qualcosa come il 30%. Per evitare tale salasso si può dunque pensare a diversificare i propri investimenti.
Ma anche così non sarà scontato difendersi: esiste la possibilità che, con uno strumento legislativo, imposto o concordato con la Bce, emesso anche nottetempo e con effetti retroattivi (come il caso del ’92), le attività dei cittadini italiani vengano forzosamente denominate nella «nuova lira», anche se detenute in valute diverse dall’euro. Oppure, in alternativa, le attività detenute in strumenti diversificati (azioni o bond esteri) potrebbero essere soggette a un trattamento fiscale che ne neutralizzi l’effetto valutario. Sia chiaro: stiamo navigando in un mare inesplorato, dove speriamo di non dover arrivare mai.

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Lira ed euro: le clausole di azione collettiva (CAC) e il caso della svalutazione del 1992 (Il Giornale, 20 marzo 2017)

Italexit: cosa succede se l’Italia esce dall’euro

Il quotidiano poi elenca sette metodi per difendere il capitale da un’Italexit improvvisa. La via più semplice e immediata è quella del conto corrente in valuta estera, ovvero (ad esempio) in dollari o in franchi svizzeri.  Tuttavia si tratta di una soluzione altrettanto facilmente aggredibile da parte delle autorità italiane: basterebbe imporre l’obbligo di ridenominare in «lire» il conto e il controvalore del capitale subirebbe le eventuali perdite derivanti dalla svalutazione. Poi c’è l’acquisto di titoli di stato e obbligazioni in valuta estera: il titolo non può essere ridenominato in lire ma si potrebbe introdurre un coefficiente per sterilizzare l’effetto valutario nel passaggio da euro a lira.
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Un’altra soluzione per mettersi al riparo dall’Italexit è l’acquisto di azioni estere: anche qui però le autorità possono introdurre un coefficiente per sterilizzare l’effetto valutario nel passaggio da euro a lira. Poi ci sono i fondi e le Sicav di diritto lussemburghese,  che non dipendono dalle autorità italiane e sono facilmente negoziabili sui mercati.
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Infine gli investimenti in oro, diamanti e francobolli. La soluzione permette di disporre di un bene fisico con una quotazione internazionale ufficiale (espressa in dollari) che garantisce la migliore diversificazione valutaria e che risulta difficilmente esposta a provvedimenti per neutralizzare le plusvalenze in valuta: a meno di introdurre un’imposta sul possesso o sulla compravendita del bene.

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